In Libia in atto una “correzione” della rivoluzione del 2011

In Libia in atto una “correzione” della rivoluzione del 2011

“Noi non permetteremo che la Libia diventi un covo di terroristi. Gli estremisti hanno condizionato la vita politica di questo Paese nel corso degli ultimi tre anni diventando un problema non più locale ma internazionale”

(di Nino Orto_Traduzione Valerio Buemi) Abdullah Naker, nato a Zintan nel 1971, è uno dei più potenti leader della rivoluzione popolare che nel 2011 ha deposto Muammar Gheddafi. Presidente del Consiglio Rivoluzionario di Tripoli, fondatore e leader del Summit Party, è anche membro del Consiglio Militare di Zintan, ombrello politico delle potenti milizie che detengono Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito dell’ex dittatore libico. Tra scontri clanici, vecchi rancori e l’impellente problema del terrorismo di matrice islamica lo abbiamo intervistato per capire se, alla luce dei recenti scontri avvenuti a Bengasi e Tripoli, ci sia il rischio di un nuovo golpe militare.

Presidente Naker qual è l’attuale situazione in Libia?
Il contesto attuale della Libia è in una fase di fibrillazione. Quando, il 7 febbraio 2014, il Parlamento ha completato il suo mandato, il nostro partito (Summit party) ha considerato questa data come il limite, secondo il dettato costituzionale, della validità del Parlamento che ricordo doveva essere di transizione. Il compito di questo organismo era infatti quello di gestire il Governo ed esprimere la Commissione costituzionale dei sessanta (l’organismo preposto alla stesura della nuova costituzione del Paese). Con la scadenza del 7 febbraio questa missione è finita, ma il Parlamento si è auto-prolungato il mandato per un altro anno. La popolazione ha immediatamente respinto questa decisione perché era evidente che non era stata presa per il bene della Nazione e il ripristino della legalità, ma solo per l’interesse privato dei parlamentari. I cittadini libici hanno quindi risposto con manifestazioni di protesta a Tripoli, Bengasi, Zintan e nel resto del Paese affinché il potere legislativo tornasse nelle mani del popolo. Nonostante questo, i parlamentari hanno continuato a governare il Paese e gestire l’economia sottraendo denaro pubblico. Noi, vista la continua situazione di stallo, abbiamo quindi deciso di agire con l’occupazione armata del Parlamento e scatenando un offensiva contro le milizie islamiche.  Per quanto riguarda questi ultimi, loro hanno la pretesa di essere i rappresentanti della vera fede islamica, ma in realtà non hanno alcun interesse verso la sicurezza dello Stato e delle sue istituzioni, che, anzi, vogliono abbattere per realizzare un emirato islamico. Abbiamo quindi rifiutato anche questa situazione cooperando con l’Esercito al fine di riprendere il controllo del Paese. Probabilmente, il 24 maggio ci sarà un importante incontro con rappresentanti dell’attuale Parlamento, ai quali presenteremo le nostre condizioni affinché il Paese ritorni a una situazione di legalità e normalità.

Qual è secondo lei la causa principale della nuova ondata di violenza tra le milizie islamiche e l’Esercito libico?
Dal mio punto di vista le milizie islamiche vogliono conquistare il potere per opprimere il popolo. Nello stesso tempo temono che l’Esercito nazionale libico si rafforzi perché questo potrebbe significare essere arrestati e giudicati dalla giustizia libica. Per esempio, alcune tra queste milizie, rappresentate in Parlamento, hanno al proprio interno elementi che hanno combattuto in Afghanistan ed hanno legami con al-Qeda. Altre, invece, che non hanno rappresentanza parlamentare, vorrebbero riportare il Paese nel Medioevo. Si tratta di gruppi culturalmente estranei al contesto libico che traggono la loro ispirazione dall’Arabia Saudita.

Lei crede quindi che ci sia un ruolo dell’Arabia Saudita, degli Emirati e del Qatar nel finanziamento e nel sostegno ai movimenti salafiti e fratelli musulmani in Libia?
Sicuramente hanno un ruolo prominente, in particolare il Qatar e la Turchia, che purtroppo hanno dato un grande sostegno a questi gruppi. Anche l’Arabia Saudita e gli Emirati attraverso fondazioni caritatevoli hanno finanziato queste organizzazioni. Noi rifiutiamo l’ingerenza di questi Stati negli affari della Libia, a partire dalla concezione della religione islamica che promuovono e che non è consona alla nostra visione dell’Islam. Non possiamo accettare azioni di natura criminale giustificate dalla religione, soprattutto se avvengono all’interno della Libia.

Questo conflitto è dunque il principio di un nuovo colpo di Stato nel Paese?
No, non si tratta di un nuovo colpo di Stato ma di una ‘correzione’ della rivoluzione del 17 Febbraio 2011. Il nostro è un movimento verso e per la libertà, contro l’oppressione del popolo libico in nome della religione. Nello stesso tempo intendiamo restituire la legalità al Paese. Quella stessa legalità che il Parlamento ha violato compiendo un atto arbitrario che i libici non hanno assolutamente accettato.

Cosa si aspetta dalla comunità internazionale? Lei crede che l’Unione Europea e gli Stati Uniti aiuteranno l’Esercito libico e quei movimenti che vogliono cambiare la situazione politica attuale?
Questa guerra non riguarda solo la Libia e non ha confini. E’ un dovere di tutti gli Stati del mondo aiutarci nella lotta contro il terrorismo. Gli islamisti si sono macchiati di crimini contro la popolazione civile e contro l’Esercito libico, che è stato fatto oggetto di sanguinosi attacchi da parte delle loro milizie. Pertanto, noi stiamo combattendo una guerra contro il terrorismo internazionale che non è limitata alle sole dinamiche interne alla Libia. Ci siamo ritrovati a passare da un sistema dittatoriale alla lotta contro l’estremismo islamico, un fenomeno che non riguarda solo noi ma tutti gli Stati occidentali, come abbiamo avuto modo di vedere nel caso dell’11 settembre e con gli attacchi suicidi avvenuti in diversi Stati europei. Per tale ragione ci aspettiamo il sostegno di questi Stati sotto un punto di vista politico e militare. Ci auguriamo l’aiuto dell’Unione Europea, e in particolare dell’Italia, perché è noto come questa forma di estremismo sia un virus che può propagarsi rapidamente in qualsiasi Stato.

Quale sarà il futuro dei movimenti islamici nel Paese? Lei crede che continueranno le loro attività dopo questo scontro?
Noi non permetteremo che la Libia diventi un covo di terroristi. Gli estremisti hanno condizionato la vita politica di questo Paese nel corso degli ultimi tre anni diventando un problema non più locale ma internazionale. Penso in particolare al ruolo dell’Italia, alla luce degli storici legami che intercorrono tra i due Paesi, e mi auguro che attraverso l’Unione Europea ci sia cooperazione e sostegno nella nostra lotta al terrorismo e all’immigrazione illegale. Questi due fenomeni sono, infatti, collegati tra loro, poiché di fatto sono le organizzazioni terroristiche i principali protagonisti del traffico di esseri umani dagli Stati africani alle coste libiche, e da lì verso l’Europa. Business che consente loro enormi guadagni. Oltretutto, le organizzazioni estremiste praticano la violenza generalizzata, gli attacchi dinamitardi, impediscono la libertà alla donna a cui non viene riconosciuto il diritto all’istruzione e, in generale, negano il valore dell’emancipazione umana attraverso il sapere.

Alcuni commentatori in Europa e negli Stati Uniti ritengono che l’utilizzo delle espressioni ‘guerra al terrorismo’ e ‘democrazia’ nascondano in realtà interessi personali e ambizioni di potere delle varie milizie.  Cosa risponde a proposito?
La realtà è che noi vogliamo uno Stato fondato sulle istituzioni: Governo, scuole, Esercito, Polizia così come avviene in tutti i Paesi civili. Al momento queste istituzioni non esistono, esiste soltanto un Parlamento illegittimo che non agisce per il bene del Paese.  Tanto da aver sottratto centosessanta miliardi di euro alle casse statali senza che la popolazione abbia beneficiato di alcun intervento per lo sviluppo del Paese. Queste ruberie sono avvenute in nome della ‘religione’ e della ‘legalità’.

Un ultima domanda. Qual è la posizione del Summit Party riguardo il Generale Khalifa Haftar? Lei pensa possa profilarsi per la Libia uno scenario simile a quello egiziano?
Haftar è l’ufficiale che sta portando avanti l’operazione ‘Dignità della Libia’ (ndr: l’attuale operazione militare finalizzata al contrasto dei gruppi islamici in Cirenaica), come Summit Party e rivoluzionari noi sosteniamo questa offensiva volta a liberare il Paese. D’altronde, siamo concordi con chiunque agisca per il bene della Libia fintanto che il suo operato non sia finalizzato ad organizzare un colpo di Stato con il fine di prendere il potere. Salutiamo quindi con favore l’azione di unificazione, riorganizzazione e coordinamento che il generale Haftar e il suo seguito stanno portando avanti per l’Esercito nazionale libico. Nello stesso tempo, riteniamo che il controllo della politica sulle forze armate sia necessario. L’Esercito deve essere sempre sotto il controllo del sistema politico così come avviene in Europa o in qualsiasi Paese civile. Qualora Haftar dovesse intromettersi nelle questioni politiche o economiche noi saremo costretti a prendere una posizione contraria alla sua. Per quanto riguarda poi la possibilità che in Libia possa ripetersi quanto accaduto in Egitto ribadisco il concetto che l’Esercito deve stare fuori dalla politica. Noi ci occupiamo di politica come civili, i militari devono attenersi alla loro funzione di difensori della sicurezza della patria. Respingiamo quindi categoricamente il governo del Paese da parte dell’Esercito, come ho già avuto modo di dichiarare alla stampa libica. Voglio ricordare che lo stesso Gheddafi è giunto al potere con un colpo di Stato militare, noi non faremo la stessa cosa.

(di Nino Orto) Intervista esclusiva ad Abdullah Naker, uno dei più potenti leader della rivoluzione libica, Presidente del Consiglio Rivoluzionario di Tripoli fondatore e leader del Summit Party, membro del Consiglio militare di Zintan.

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