Se la terra promessa sa di sale

Se la terra promessa sa di sale

“E’ molto difficile vivere e lavorare qui, gli israeliani non ci vogliono e ce lo fanno capire ogni giorno. Il governo vorrebbe cacciarci via e ogni notte non riesco a dormire quando penso al futuro”

(di Nino Orto) “No, non possiamo discutere qui per strada, se la polizia ci vede sospetterà che ti stia vendendo una bici rubata o hashish. Meglio camminare.” Siamo a Shapira, un vecchio quartiere operaio fatto di case basse e un labirinto di viuzze che si affacciano in un contesto di povertà e degrado. Marama è un giovane eritreo che ho conosciuto durante la mia permanenza a Tel Aviv. Immigrato clandestinamente in Israele nel 2009, la sua storia è tristemente simile a quella di migliaia di altri giovani africani entrati illegalmente nel paese ebraico.  Mentre parliamo un gruppo di giovani poliziotti che stazionano l’incrocio tra Hagola e Tsiyon ci fissano per qualche secondo. Sullo sfondo la gendarmeria a cavallo controlla i documenti di un gruppo di sudanesi. A meno di duecento metri da qui si trova la stazione centrale di Tel Aviv. Ad appena un chilometro il palazzo sede del governo. Tutto sembra tranquillo, in realtà nell’aria si respira un costante stato di tensione.

Manama è nervoso, camminiamo veloci e senza voltarci. Percorriamo qualche centinaio di metri e finalmente, dopo qualche momento di esitazione, si rilassa e comincia a raccontarmi del viaggio che ha affrontato per fuggire dal suo paese. I suoi occhi sono lucidi al ricordo di quei giorni. “Ho pagato 3500 dollari ai trafficanti nel campo profughi di Shagerab, in Sud Sudan. Siamo partiti di notte, in trenta su un furgone in cui eravamo ammassati come animali. Per ventuno giorni abbiamo viaggiato giorno e notte senza mangiare e bevendo qualche sorso d’acqua presa da taniche utilizzate precedentemente per la benzina. L’autista procedeva a folle velocità e alcuni di noi sono caduti senza che nessuno si fermasse a riprenderli. Quando siamo arrivati al Cairo eravamo stremati, e molti di noi sono impazziti a causa del costante stato di tensione e fame”.

Duemila e cinquecento chilometri di deserto attraverso una striscia di terra fatta di sabbia e nulla, nella stessa pista che secondo le intelligence occidentali rappresenta l’arteria principale con cui beduini e contrabbandieri realizzano e conducono qualsiasi tipo di traffico illecito da ogni parte del continente africano. “Il momento più difficile e stato quando siamo arrivati nel Sinai e ci hanno portato dentro una casa adibita a punto di raccolta prima di attraversare il confine con Israele. Giovani beduini di 12-13 anni giocavano a fare i caporali, ci picchiavano senza sosta e senza motivo, con una ferocia inaudita, mentre gli adulti li guardavano compiaciuti. Il primo gesto di umanità che ho ricevuto è stato da parte dei soldati israeliani quando siamo arrivati nel deserto del Negev”.

L’accoglienza del governo Netanyhau non è però stata delle migliori. Nonostante gli eritrei costituiscono la maggioranza dei clandestini in Israele, e come i sudanesi non possono essere espulsi a causa del parere vincolante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che li considera come gruppo di protezione umanitaria temporanea, l’atteggiamento del governo israeliano rimane fortemente ambiguo ed ostile. Infatti, il rifiuto di prendere in considerazione le richieste di riconoscimento dello status di rifugiato, insieme all’assenza di una reale politica di integrazione, ha reso queste persone “invisibili” alla società israeliana. Nessun diritto lavorativo, nessuna assistenza sanitaria, nessun documento da poter utilizzare per uscire dal paese. “Sono scappato dalla mia terra perché ho rifiutato di fare il soldato e vivere sotto una dittatura. In Eritrea non esiste scelta: o accetti la chiamata o vieni arrestato e torturato. Io ho deciso di scappare per trovare una vita migliore. Invece ho trovato questo” commenta amaramente Manama.

Il fenomeno dell’immigrazione clandestina in Israele è relativamente recente e si è acutizzato a partire dal 2006, raggiungendo l’apice alla fine del 2010. Secondo una stima del governo israeliano sono presenti nel paese 54 mila immigrati irregolari, concentrati soprattutto a Tel Aviv nei quartieri di Shapira e Hatikva. In questi veri e propri “ghetti”, il 90% dei residenti è costituito da circa 35 mila immigrati irregolari senza lavoro e senza futuro, la maggior parte uomini con un’età compresa tra i 16 e i 30 anni che il governo israeliano ignora volutamente. Non tutti in Israele sono però d’accordo con il governo. “Ci troviamo di fronte ad una vera e propria politica discriminatoria e razzista portata avanti dal governo Netanyahu”. Lo afferma senza mezzi termini Orit Morom, presidente di ASSAF, Ong israeliana che dal 2007 aiuta ed assiste i migranti clandestini con assistenza legale, assistenziale, psicologica.

“Questo è un problema politico e non ha nulla a che fare con la sicurezza o il carattere ebraico del paese. Se osservi bene le statistiche del Ministero dell’Interno ti renderai conto che nel paese ci sono più immigrati irregolari di origine russa che richiedenti asilo provenienti dall’Africa. Questo significa che molto probabilmente è il colore della pelle il vero problema” mi dichiara apertamente durante il nostro incontro all’interno della sede dell’organizzazione a Golomb Street. “Il 16 agosto 2012, il ministro dell’Interno Eli Yishai ha annunciato in pubblico il suo piano per rendere la vita degli infiltrati in Israele miserabile, e negli ultimi due anni il governo Netanyahu ha candidamente dichiarato che l’obiettivo non è l’espulsione forzata degli infiltrati ma la ricerca del modo migliore per spingere gli africani a lasciare volontariamente il paese. Detto in maniera semplice: non li vogliono e cercano di rendere la loro vita qui “impossibile”.

Il governo israeliano è infatti sempre più interessato a risolvere il problema degli “infiltrati”. Alla fine del 2013 è stata completata al confine con l’Egitto una barriera di 243 chilometri che ha sigillato la penisola del Sinai e azzerato gli ingressi illegali nel paese. Una serie di modifiche alla legge sull’immigrazione clandestina approvata dalla Knesset (il parlamento israeliano) dal gennaio 2012 consente la detenzione automatica, fino a tre anni e senza evidenze di prove, di chiunque entri illegalmente nel paese. L’ultimo emendamento alla legge sull’immigrazione clandestina ha inoltre istituito centri di accoglienza temporanea (leggi strutture carcerarie) e l’obbligo di firma tre volte al giorno, creando di fatto un regime di semi-libertà per la popolazione immigrata.

“E’ molto difficile vivere e lavorare qui, gli israeliani non ci vogliono e ce lo fanno capire ogni giorno. Il governo vorrebbe cacciarci via e ogni notte non riesco a dormire quando penso al futuro” mi confida Manama guardando verso il basso. “La situazione per noi è sempre più difficile e non so cosa succederà nei prossimi mesi. Non ci voglio pensare”.

(di Nino Orto) “No, non possiamo discutere qui per strada, se la polizia ci vede sospetterà che ti stia vendendo una bici rubata o hashish. Meglio camminare.” Siamo a Shapira, un vecchio quartiere operaio fatto di case basse e un labirinto di viuzze che si affacciano in un contesto di povertà e degrado. Marama è un giovane eritreo che ho conosciuto durante la mia permanenza a Tel Aviv. Immigrato clandestinamente in Israele nel 2009, la sua storia è tristemente simile a quella di migliaia di altri giovani africani entrati illegalmente nel paese ebraico.

By | 2017-03-12T22:05:25+00:00 January 7th, 2015|Categories: latest, reportage|Tags: , , , , , , |

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