Photo Credit: Nino Orto/Osservatorio Mashrek
Per vent’anni il dibattito italiano si è diviso tra slogan e silenzi. Vi sveliamo l’elenco tecnico delle norme accusate di razzismo e il debunking punto per punto che smonta la narrazione della segregazione.
Le accuse di apartheid contro Israele, tanto nell’opinione pubblica internazionale quanto in quella italiana, si fondano spesso su percezioni culturali radicate piuttosto che su dati reali.. Nella maggior parte sei casi si parla di presunte disparità di trattamento tra cittadini ebrei e arabi all’interno di Israele, della costruzione del muro di separazione in Cisgiordania e dei checkpoint che regolano gli spostamenti nei territori contesi.
Queste denunce appaiono ampie e pervasive, dipingendo un quadro di segregazione sistematica che evoca immagini forti e immediate.
Dall’altro lato, chi difende Israele sottolinea con forza la realtà multietnica della sua cittadinanza, dove il 21% della popolazione è araba, con pieno diritto di voto, e ha rappresentanti eletti nella Knesset (il parlamento israeliano), giudici nominati alla Corte Suprema e accesso paritario ai servizi pubblici.
Eppure, in questo dibattito polarizzato, un elemento cruciale tende a essere dimenticato o ignorato, ossia l’origine concreta dell’accusa risiede in un elenco specifico di leggi israeliane, compilato e diffuso come prova giuridica di discriminazione razziale.
Entrambe le parti sembrano aver perso di vista questo contesto tecnico fondamentale.
Chi accusa, infatti, evita di soffermarsi su di esso quando sottoposto a scrutinio dettagliato, mentre chi difende – nonostante ne conosca i punti deboli – non lo utilizza più come arma centrale nel dibattito pubblico.
Questo paradosso suggerisce una disconnessione strategica dalla base fattuale del contendere.
Questo articolo riporta alla luce quell’elenco con un debunking analitico e rigoroso, illuminando le ombre di una narrazione che ha dominato troppo a lungo senza confronto.
Contesto storico dell’accusa di apartheid
Per comprendere appieno la traiettoria di questa accusa, è essenziale ripercorrere il suo contesto storico con precisione cronologica.
Il termine apartheid, nato per descrivere il regime sudafricano di segregazione razziale istituzionalizzata tra il 1948 e il 1994, inizia a essere applicato a Israele nei primi anni Duemila, in un momento di profonda crisi negoziale e violenza.
Gli Accordi di Oslo (1993-1995), che avevano promesso una roadmap verso la pace con la creazione di un’Autorità Palestinese autonoma, si rivelano un fallimento clamoroso. La Seconda Intifada, esplosa nel settembre 2000, porta con sé una campagna di attentati suicidi che causano oltre 1.000 morti israeliane civili nei successivi cinque anni.
È in questo frangente che emerge il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions), lanciato nel 2005 da Omar Barghouti e un gruppo di attivisti palestinesi. BDS cambia il paradigma strategico da un approccio violento e armato, dominato da gruppi come Hamas durante l’Intifada, a una pressione politica e mediatica globale ispirata alla lotta anti-apartheid sudafricana.
Questo shift riflette anche l’evoluzione della Fratellanza Musulmana – da cui Hamas discende ideologicamente -, che dagli anni Novanta in Egitto adotta una strategia “civile” di infiltrazione sociale e boicottaggio per aggirare la repressione militare.
Non sono mancati collegamenti documentati tra BDS e Hamas. Figure come Mustafa Barghouti (legato al Popular Front for the Liberation of Palestine) e finanziamenti qatarioti, noti sostenitori di Hamas, hanno intrecciato le reti del movimento.
Proprio in questo humus ideologico si inserisce Adalah, Legal Center for Arab Minority Rights in Israel, fondata nel 1996 da un gruppo di avvocati palestinesi cittadini israeliani con l’obiettivo dichiarato di tutelare i diritti della minoranza araba.
Nel 2013, Adalah pubblica la “Discriminatory Laws Database”, un catalogo sistematico di oltre 65 leggi israeliane promulgate dal 1948 in poi, presentate come prova strutturale di un regime discriminatorio contro arabi israeliani, palestinesi dei territori occupati e rifugiati.
Questo database, aggiornato fino al 2017 con oltre 50 norme attive, diventa il pilastro giuridico per rapporti autorevoli come “Israel’s Apartheid Against Palestinians” di Amnesty International (2022) e “A Threshold Crossed” di Human Rights Watch (2021), che lo citano come base empirica per accusare Israele di un sistema di dominio razziale.
In Italia, l’elenco comincia a circolare dal 2015 attraverso testate come Infopal e il manifesto, oltre a dossier militanti BDS come “Il Diritto di Boicottare Israele” (2018). L’accusa trova eco in articoli di Pagine Esteri (2021), che enumerano “cinque leggi razziste” ispirandosi ad Adalah, e nelle campagne di Amnesty Italia (2022), che ne fa un cardine del “sistema crudele di dominio”.
Le difese italiane, al contrario, rimangono generiche e reattive.
La Verità nel 2022 celebra “arabi in parlamento” come prova di democrazia, InsideOver nel 2023 lega tutto alla “lotta contro il terrorismo” senza entrare nel merito delle norme, mentre Il Riformista nel 2024 critica BDS su un piano prevalentemente morale.
Nessuna firma – né atlantista come Fiamma Nirenstein, né critica dell’occupazione come Michele Giorgio – sembra non aver mai intrapreso un’analisi tecnica, legge per legge, confrontando accusa e contro-deduzioni, o anche solo raccontare, come stiamo facendo, il lavoro già pubblicato da indagini forensi.
Questo vuoto cronico ha permesso a una narrazione unilaterale di consolidarsi senza ostacoli.
Chi è NGO Monitor e il debunking di un mito
Per bilanciare questa asimmetria, entra in scena NGO Monitor, un’organizzazione israeliana fondata nel 2002 a Gerusalemme da Hillel Neuer con la missione specifica di monitorare il lavoro di ong internazionali attraverso un approccio OSINT (Open Source Intelligence).
Non si tratta di un’entità partigiana fine a se stessa. NGO Monitor basa le sue analisi su documenti ufficiali, sentenze giudiziarie, statistiche governative e tracciamento di finanziamenti opachi provenienti da fonti come la Open Society Foundations di George Soros, l’Unione Europea o il Qatar.
Il suo report del 2016, intitolato “Adalah’s Database of Laws: Imagining Racism to Demonize Israel”, rappresenta un debunking metodico e granulare dell’elenco Adalah, esaminando ogni voce con evidenze verificabili.
Prima di immergerci negli esempi specifici, è cruciale notare un’anomalia strutturale evidenziata da NGO Monitor: circa il 40% delle leggi elencate da Adalah non è mai stato approvato dal parlamento israeliano, ma si tratta di proposte di legge fallite o bozze legislative.
Questo gonfia artificialmente l’elenco, creando un processo alle intenzioni del tutto artificioso. Si imputano a Israele violazioni normative inesistenti, proiettando intenzioni discriminatorie su testi mai entrati in vigore e quindi privi di impatto reale sulla vita dei cittadini.
Di seguito, sette esempi chiave, contestualizzati per un lettore italiano abituato a dibattiti su diritti civili e sicurezza nazionale:
1. Flag & Emblem Law (1949). Adalah la denuncia come imposizione di “simboli ebraici che escludono gli arabi”. NGO Monitor ribatte con un parallelo storico immediato: si tratta di elementi identitari statali, analoghi alle croci presenti sulle bandiere danese o svedese, o all’aquila romana sul tricolore italiano. Non vi è traccia di discriminazione legale. La Corte Suprema israeliana, in una sentenza del 2013, ha confermato l’uso di questi simboli anche in contesti misti senza violazioni di diritti.
2. National Anthem Law (2006). L’accusa è che l’inno “Hatikvah”, di chiara ispirazione ebraica, umili la minoranza araba. La replica di NGO Monitor è altrettanto concreta: versioni adattate in arabo sono cantate nelle scuole con studenti misti, proprio come “Fratelli d’Italia” non preclude l’insegnamento di inni regionali o minoritari nel nostro Paese, senza implicare esclusione formale.
3. World Zionist Organization – Jewish Agency Law (1952/1954). Adalah la presenta come un avanzamento del “sionismo a scapito delle minoranze”. NGO Monitor chiarisce il contesto: si tratta di agenzie culturali dedicate al supporto della diaspora ebraica, paragonabili all’ICE (Agenzia Italiana per il Commercio Estero) per la promozione nazionale. Cruciale è la realtà della percentuale dei fondi statali (20%) che le comunità arabe ricevono per welfare e sanità, senza esclusione.
4. Citizenship and Entry into Israel Law (2003, rinnovata periodicamente). Definita da Adalah “la legge più razzista del mondo” per il blocco del ricongiungimento familiare con palestinesi dei territori, NGO Monitor la inquadra in un’emergenza storica: durante la Seconda Intifada, 135 israeliani sono stati uccisi da coniugi palestinesi che avevano ottenuto visti familiari abusati per attentati. Il divieto si applica parimenti a cittadini di Stati nemici come Iran e Siria, e la Corte Suprema israeliana nel 2006 lo ha ritenuto proporzionato alla minaccia, in linea con restrizioni UE su immigrazione da zone a rischio.
5. Military Service Benefits (es. Absorption Ordinance). Adalah contesta i benefici fiscali e abitativi per chi svolge servizio militare, accusandoli di penalizzare gli arabi esenti per legge. NGO Monitor evidenzia che tali incentivi sono accessibili a tutti i volontari: migliaia di Druze e Beduini arabi prestano servizio nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e ne godono pienamente; per gli esenti, esiste un’alternativa nel servizio civile, simile ai benefici storici per la leva alpina in Italia.
6. Knesset Elections Law (1985, norme anti-incitamento). L’accusa è che escluda partiti arabi dal Parlamento. NGO Monitor documenta l’uso sporadico e imparziale; la norma è stata applicata una sola volta, contro il partito ebraico estremista Kach nel 1988. Al contrario, liste arabe come Balad e Ra’am hanno partecipato a coalizioni di governo, inclusa quella di Netanyahu-Bennett nel 2021.
7. Prison Visits Restrictions (legge su incontri con detenuti di sicurezza). Adalah la bolla come targeting specifico contro i palestinesi. La contro-analisi rivela uno scopo preventivo; la restrizione impedisce il passaggio di messaggi terroristici tramite avvocati, con oltre 50 casi documentati di legali arrestati per relay di ordini da Gaza (Hamas) ai prigionieri in Israele.
NGO Monitor applica lo stesso rigore analitico in altri report, come quello su Human Rights Watch (2021) e B’Tselem (2021), mentre UN Watch (2021) e IMPACT-se (2023) confermano pattern simili: omissioni sistematiche di dati su diritti arabi e contesti terroristici.
Propaganda vs Realtà
Tutti coloro che, nel dibattito italiano e internazionale, hanno evitato di portare alla luce questo elemento tecnico fondamentale – giornalisti, commentatori pro-Israele e persino difensori accaniti – hanno omesso un’arma decisiva contro una narrazione che sembrava inattaccabile.
Al pubblico, invece, spetta il diritto di sapere che l’accusa di apartheid poggia su basi fragili, come dimostra il debunking di NGO Monitor.
Il termine apartheid, per il diritto internazionale codificato nella Convenzione ONU del 1973, presuppone una dominazione razziale sistemica e istituzionalizzata, non misure di sicurezza calibrate contro 20.000 razzi lanciati dal 2001 o checkpoint protettivi, come documentato da INSS nel 2022.
BDS ha volutamente diluito questi confini precisi in slogan generici per passare, dopo il fallimento di Oslo, da strategie violente a boicottaggi politici, intrecciando fili con Hamas e la Fratellanza Musulmana.
Israele opera una distinzione netta e giuridicamente fondata: cittadini arabi con diritti pieni (passaporti, voto, welfare paritario) da un lato, territori contesi come Cisgiordania e Gaza dall’altro (Oslo II, 1995), dove vigono regole belliche contro minacce armate.
Mettendo ogni legge sotto la luce dei fatti, emergono falsità evidenti e un uso improprio del termine che ne mina la credibilità.
Questo fact-check tecnico è stato prodotto per supportare il dibattito ed informare, se non rieducare, l’opinione pubblica alla coerenza fattuale, contestualizzata storicamente e giuridicamente.
Fonti
– Adalah Discriminatory Laws Database (2017)https://www.adalah.org/en/content/view/7771
– NGO Monitor “Adalah’s Database of Laws” (2016); https://ngo-monitor.org/reports/adalah_s_database_of_laws_imagining_racism_to_demonize_israel_/
– INSS “Charges of Apartheid and the Denial of Israel’s Right to Exist” (2022); https://www.inss.org.il/wp-content/uploads/2022/02/no.-1552.pdf
– Oslo Accords II (1995) – UN Watch Amnesty Review (2021)



