Trump annuncia bombardamenti devastanti se Teheran non cederà all’ultimatum. Borse in picchiata e petrolio alle stelle: l’ombra di un blackout globale mentre Washington scarica definitivamente gli alleati.
La guerra in Iran non è più un conflitto locale, ma è ufficialmente passata ad una guerra mondiale che rischia di distruggere l’ordine internazionale costruito dagli accordi di Bretton Woods . Nel discorso in prima serata di ieri agli elettori americani, Donald Trump ha tracciato il destino dell’Iran con un ultimatum che non lascia spazio all’immaginazione. Il discorso dell’inquilino della Casa Bianca segna infatti la fine della diplomazia tradizionale, alla quale si è sostituita una strategia da liquidatore d’azienda che non tiene conto di altri interessi al di fuori di Washington. Attraverso il vice-presidente J.D. Vance, gli Stati Uniti hanno chiaramente indicato che senza la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz vi sarà una distruzione totale delle infrastrutture iraniane. Una politica del prendere o lasciare che ha già bruciato mezzo trilione di dollari sui mercati globali, scatenando un’impennata dei prezzi del petrolio e gettando il mondo nell’incertezza economica.
L’obiettivo di Trump è spezzare la determinazione della leadership iraniana. Nonostante i colpi subiti dal 28 febbraio scorso, i vertici di Teheran non sembrano infatti intenzionati a cedere. La risposta di Washington è il passaggio alla fase denominata mowing the grass (falciare l’erba), ovvero raid continui e devastanti che mirano alla distruzione di tutte le infrastrutture dell’Iran. “Abbiamo già polverizzato i siti nucleari con i B2” ha dichiarato Trump, “e se proveranno anche solo ad avvicinarsi alle scorte di uranio, colpiremo ancora più forte”.
La reazione globale è stata istantanea: i futures di Wall Street sono crollati, mentre il prezzo del greggio è schizzato verso l’alto. Il timore degli investitori riguarda lo Stretto di Hormuz, tutt’ora bloccato, e con cui Trump continua ad avere un approccio ambiguo. Se da un lato ha invitato gli alleati a sbloccare la situazione da soli, dall’altro ha ipotizzato che lo stretto verrà riaperto naturalmente a guerra finita. Una scommessa geopolitica che rischia di trascinare l’economia mondiale in una recessione indefinita.
Il discorso è servito anche a blindare la narrativa interna. Trump ha ribadito che questa guerra era inevitabile per correggere gli errori dei suoi predecessori, sostenendo che senza il suo intervento l’intero Medio Oriente sarebbe già stato distrutto.
Quello che emerge è un Europa vittima sacrificale di questo nuovo ordine mondiale. Trump ha già declassato il ruolo della NATO, dichiarando che la sicurezza energetica legata al petrolio del Golfo è un problema esclusivamente europeo. Il Presidente statunitense ha inoltre stabilito un legame diretto tra il conflitto in Ucraina e quello in Iran, dove gli aiuti militari a Kiev verranno interrotti a meno che l’Alleanza Atlantica non decida di scendere attivamente in campo contro Teheran.
È un segnale di rottura profonda, evidenziato anche dagli attacchi personali al presidente francese Macron, che sancisce l’abbandono del ruolo degli USA come garante della stabilità transatlantica.
Ma è la parte finale del discorso ad aver evocato lo scenario più cupo. Donald Trump ha esplicitamente dichiarato di avere come opzione un attacco massiccio e simultaneo a tutte le centrali elettriche iraniane entro tre settimane. Gli analisti leggono in questa minaccia una reale disponibilità all’uso di armi nucleari tattiche, dato il fallimento dei mezzi convenzionali nel piegare Teheran. Una politica che sta lasciando Washington sola perfino tra alleati storici come Israele e Arabia Saudita, timorosi che il prezzo di questa escalation possa portare al collasso economico e sociale dell’intera regione.
Se entro 21 giorni non verrà siglato un cessate il fuoco che preveda la riapertura dei flussi petroliferi, l’Iran potrebbe trovarsi letteralmente al buio. Ma il prezzo di questa vittoria finale promessa da Trump potrebbe essere l’isolamento totale degli Stati Uniti e una crisi energetica senza via d’uscita per l’Occidente.





