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Tutte le verità sul 7 Ottobre: il codice “Zilzal”, il buco dell’intelligence e il gioco politico di Netanyahu

by Nino Orto
4 Ottobre 2026
in Analisi, Israele-Palestina
Reading Time: 6 mins read
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Tutte le verità sul 7 Ottobre: il codice “Zilzal”, il buco dell’intelligence e il gioco politico di Netanyahu

Dalle trattative segrete con Hamas ai warning dei governi arabi: la catena di avvertimenti e il piano d’attacco bocciato prima del massacro.

Un filo rosso, ogni giorno più nitido e spietato, taglia in due la storia recente del Medio Oriente. Non lega soltanto le macerie di oggi con le macerie di ieri, ma stringe in un unico nodo le omissioni, le mosse sottobanco e i silenzi calcolati che hanno preceduto l’alba devastante del 7 ottobre 2023.

Per capire come si sia arrivati al punto di non ritorno, bisogna dimenticare per un attimo i concitati minuti della notte tra il 6 e il 7 ottobre, quando la trappola era ormai scattata e l’orologio dell’intelligence correva a vuoto. Bisogna invece tornare indietro, a tre settimane prima. Ad un taccuino pieno di appunti ed una telefonata via WhatsApp, ma sopratutto ad una singola parola pronunciata durante un meeting in un anonimo ufficio di Gaza: Zilzal. Terremoto.

Un fantasma chiamato “Occhi di Carbone”

Nel linguaggio cifrato dei report di sicurezza e delle inchieste riservate a Tel Aviv, lo chiamavano “Coal Eyes” – Occhi di Carbone. La sua vera identità, rimasta a lungo protetta, risponde al nome di Sufian Abu Zaida. Ex ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, diplomatico informale, uomo vicino a Mohammed Dahlan e figura da sempre di casa nei palazzi di Abu Dhabi come nei corridoi dello Shin Bet, il servizio segreto interno israeliano. Uomo con un ebraico impeccabile, imparato nei suoi dodici anni di carcere in Israele. Era l’uomo perfetto per muoversi nella penombra, l’anello di congiunzione ideale tra nemici giurati.

A partire dal 2022, Abu Zaida era diventato il canale fantasma. Serve uno sblocco sui prigionieri? Si chiama Abu Zaida. Serve far recapitare un messaggio riservato sui corpi dei soldati trattenuti nella Striscia? Abu Zaida incontra i vertici di Hamas e poi riferisce agli uomini d’ombra di Tel Aviv.

Il 14 settembre 2023, a tre settimane esatte dal massacro, l’allerta sfiora il livello rosso. Yahya Sinwar convoca d’urgenza il mediatore a Gaza. Il leader di Hamas ha un’aria tesa, glaciale. Non vuole le solite formule diplomatiche; vuole dettare le sue condizioni. Guarda Abu Zaida negli occhi; gli ordina di prendere nota:

“Scrivi. Parola per parola, lettera per lettera: ci sarà un Zilzal prima della fine di Settembre. Dillo agli israeliani: si preparino a svuotare le carceri.”

Abu Zaida impugna la penna e annota tutto sulla sua agendina. Nell’ambiente confuso dei negoziati estenuanti e dei rischi calcolati, il mediatore pensa a un bluff, a una scaramuccia tattica, magari all’imminente rapimento di un soldato o di un civile per alzare il prezzo al tavolo delle trattative. Non immagina nemmeno lontanamente cosa stia per abbattersi sui kibbutzim del sud d’Israele. Ma sa una cosa: quel messaggio va consegnato subito.

Mezz’ora per far scattare l’allarme

Appena uscito dall’incontro, Abu Zaida impugna lo smartphone. Traduce al volo le parole di Sinwar in ebraico e invia un messaggio su WhatsApp al suo uomo di collegamento nel servizio di sicurezza interna israeliano.

Passano appena trenta minuti e il telefono suona. Dall’altro capo del filo, gli apparati sono in subbuglio. La voce dell’agente è concitata: vogliono sapere tutto. Com’era l’umore di Sinwar? Era arrabbiato? Dove si trovava? La mattina dopo, il 15 settembre, scatta un vertice segreto. Abu Zaida incontra l’alto funzionario dello Shin Bet noto con il nomignolo operativo di “Oscar”, il comandante della regione meridionale. Sul tavolo c’è quell’enigma di sei lettere: Zilzal.

Ma l’onda d’urto del messaggio non si ferma all’intelligence israeliana. Abu Zaida avvisa immediatamente la leadership degli Emirati Arabi Uniti. Nel giro di pochi giorni, la trama si fissa ai livelli più alti della diplomazia globale: il Presidente degli Emirati, Mohammed bin Zayed, prende in mano la linea criptata e chiama direttamente il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Il messaggio del leader arabo è secco: “I nostri informatori confermano: Sinwar sta preparando qualcosa di enorme. Israele deve tenersi pronta.” La medesima nota d’allerta viene recapitata ai vertici della CIA a Langley.

Il rifiuto sul tavolo del potere

A Tel Aviv, intanto, i campanelli d’allarme suonano all’impazzata, ma incontrano una parete di gomma. Appena sette giorni prima dell’attacco, l’allora capo dello Shin Bet, Ronen Bar, si presenta da Netanyahu con una proposta drastica, chirurgica: autorizzare un attacco preventivo ad alto livello per eliminare la cupola di Hamas a Gaza, mettendo per primo nel mirino proprio Yahya Sinwar.

È il tentativo estremo di sventare quella “azione straordinaria” di cui si sentono i passi nell’ombra.

Ma la risposta del potere politico è un no gelido. Nella visione strategica del governo israeliano domina un’incrollabile convinzione dogmatica, quasi ipnotica: Hamas è “deterrita”, troppo preoccupata dagli incentivi economici e dai permessi di lavoro concessi ai gazawi per azzardare un suicidio di massa. Se faranno qualcosa, si ripete nei palazzi, sarà la solita scaramuccia con i missili o qualche cellula attivata in Cisgiordania.

L’illusione infranta e il conto della storia

Il resto è storia scritte con il sangue. All’alba del 7 ottobre, mentre le prime raffiche di razzi illuminano i cieli di Jabalya e i commando a bordo dei pick-up sventrano i reticolati del confine, Abu Zaida guarda dalla finestra di casa sua la marea che avanza. Va al supermercato di corsa, fa scorta di caffè e legumi, sapendo che il mondo che conosceva è finito per sempre.

Oggi, da un rifugio tranquillo a Ginevra, l’ex mediatore sfoglia di nuovo le pagine di quel taccuino di appunti. Mostra i messaggi, indica le date e solleva l’unica vera domanda che tormenta il Medio Oriente:

“Io sono un politico palestinese e posso non aver decifrato fino in fondo cosa significasse quel ‘terremoto’. Ma Netanyahu? L’intero apparato della difesa israeliana, con tutti i satelliti, le intercettazioni e le informazioni incrociate, come ha potuto ignorarlo?”

Non si è trattato di una svista dell’ultimo minuto o di una notte sfortunata. La sequenza dei warning inascoltati – dalla parola cifrata inoltrata su WhatsApp, passando per gli avvertimenti dei sovrani arabi, fino al piano d’attacco preventivo bocciato dai vertici – trasforma il 7 ottobre da un tragico errore d’intelligence a una precisa, pesante e drammatica responsabilità politica.

Dal taccuino di Sinwar al verdetto delle urne

Non si è trattato di una svista dell’ultimo minuto o di una notte sfortunata. La sequenza dei warning inascoltati – dalla parola cifrata annotata da Sufian Abu Zaida e inoltrata su WhatsApp, passando per le telefonate dei vertici arabi, fino al piano d’attacco preventivo bocciato ai vertici – trasforma la tragedia del 7 ottobre da un semplice fallimento d’intelligence a una precisa, pesante e drammatica responsabilità politica.

Proprio questa catena di omissioni rappresenta oggi l’impalcatura su cui si giocheranno le prossime elezioni politiche in Israele: la consultazione elettorale più decisiva degli ultimi cinquant’anni. Sarà un voto cruciale non soltanto perché mette sul banco degli imputati la gestione della sicurezza nazionale e il futuro dello Stato ebraico, ma perché i suoi risultati determineranno il destino della causa palestinese e l’assetto geopolitico dell’intero Medio Oriente.

Se negli anni passati la minaccia appariva dai contorni chiari e ben definibili, oggi il pericolo ha assunto tratti diversi, più fluidi e insidiosi. Israele si avvia alle urne nel momento di massima frattura interna e di estrema fragilità istituzionale della sua storia. Sul versante opposto, la popolazione palestinese vive con la sensazione che ogni speranza per il futuro sia stata spazzata via, mentre la Cisgiordania rimane una polveriera in continua ebollizione e la guerra a Gaza non si è mai davvero arrestata.

Questo appuntamento elettorale potrebbe finalmente chiudere il drammatico capitolo aperto da quel messaggio inascoltato del 7 ottobre 2023. Oppure potrebbe inaugurare una nuova era per Israele, a marcata trazione messianica, costretta una volta per tutte a fare i conti con la propria identità e con l’ineludibile questione palestinese.

Tags: 7 ottobreevidenzainevidenzaIsraeleNino OrtoOsservatorio Mashrek
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Nino Orto

Nino Orto

Nino Orto è un giornalista indipendente specializzato in geopolitica e conflitti del Medio Oriente, con un focus particolare su Iraq, Siria e le dinamiche delle guerre nella regione. Da oltre dieci anni, analizza e racconta dal campo le aree di crisi più complesse al mondo, tra cui il conflitto israelo-palestinese, la guerra in Ucraina, il fenomeno delle migrazioni verso l’Europa, il jihadismo internazionale e le tensioni interreligiose tra sunniti e sciiti. E’ autore del libro “Business, Piombo, Dollari: La privatizzazione della guerra irachena”, un’analisi dettagliata sul ruolo delle compagnie militari private nel conflitto iracheno e sulle implicazioni economiche e politiche della esternalizzazione della gestione della guerra ai privati.

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