Stati Uniti, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Iran, Hezbollah, ISIS. E ora forse anche Israele. La Siria, che si avvia verso il suo quinto anno di guerra civile, è ormai il campo di battaglia di un conflitto che da locale e regionale sembra avviarsi verso una dimensione internazionale.

L’azzardo dell’Occidente

(Di Nino Orto) Molte cose sono successe dall’inizio della guerra civile siriana nel 2011. Di fronte all’inefficacia delle politiche di Washington, il doppiopesismo delle monarchie del Golfo, l’ambiguità del governo di Ankara, la Siria (o quello che ne rimane) è diventata negli ultimi mesi un caos geopolitico difficilmente controllabile e potenzialmente esplosivo.

Dal punto di vista politico, la moltitudine di interessi e contrasti all’interno della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico hanno prodotto la disintegrazione del tessuto comune che teneva insieme la coalizione anti-Asad. Situazione che ha favorito il proliferare di una moltitudine di referenti locali- tra cui i più potenti direttamente collegati a milizie jihadiste come al-Nusra e Ahrar al-Sham– che hanno complicato esponenzialmente il quadro e reso impossibile una strategia comune di lotta.

Inoltre, la recente scelta saudita (appoggiata dagli Stati Uniti) di voler armare i ribelli con armi strategicamente avanzate ha prodotto un cambiamento negli equilibri militari sul campo, che hanno modificato le priorità degli schieramenti in lotta. Tra queste, la più importante a livello strategico è stata senza dubbio, a partire da giugno scorso, la progressiva ritirata delle forze di Damasco dalla pianura di Ghab -zona fondamentale per la protezione della zona costiera tra Latakia e Tartus– di fronte all’offensiva dei ribelli.

Proprio questo fattore potrebbe essere stato l’incipit che ha spinto il governo russo ad intervenire massicciamente nel Paese a favore dell’alleato Bashar al-Assad. Il rischio di un implosione del governo di Damasco è infatti una opzione non praticabile per il Cremlino.

Si formano gli schieramenti

Oggi, dopo l’imponente dispiegamento militare da parte di Mosca, le truppe di terra siriane, insieme alle milizie alleate, protette dai bombardamenti dei caccia russi, hanno lanciato un’ampia offensiva nella regione di Ghab, per riconquistare tutte le posizioni lasciate ai ribelli in tutta la zona ad est di Latakia, e per rimettere in sicurezza tutta la fascia costiera a maggioranza alawita, roccaforte del governo siriano.

L’intervento del Cremlino sembra mirare anche a rafforzare le retrovie e l’asse militare nella regione, con l’appoggio neanche troppo velato del governo sciita iracheno di Haider al-Abadi. Le manovre russe indicano infatti come i preparativi militari di Mosca non siano limitati alla Siria, ma interessino anche l’Iraq, con la creazione di un comando di coordinamento congiunto a Baghdad tra Russia, Iran, Iraq, e Siria.

Nella crescente tensione tra Mosca e Washington (e i suoi alleati regionali), c’è tuttavia ancora un aspetto che non è stato ancora pienamente evidenziato ma che potrebbe alterare ulteriormente la geografia politica del Mashrek: gli interessi strategici di Israele e le “red line” poste da Tel Aviv a Putin.

Le mosse russe, le preoccupazioni israeliane

Questa settimana è stata molto intensa dal punto di vista diplomatico, con le due capitali che hanno condotto diversi colloqui di alto livello tra i rispettivi vertici militari. L’obiettivo ufficiale è stato quello di evitare spiacevoli “scontri” nei cieli ormai affollati della Siria; lo scopo principale era però quello di trovare, da parte israeliana, rassicurazioni russe sul fatto che non vi fossero “strani movimenti” di armi verso la milizia sciita degli Hezbollah nel versante siriano delle alture del Golan.

Proprio quest’ultimo punto è quello che maggiormente preoccupa Tel Aviv, che negli ultimi anni ha sempre mantenuto l’attenzione altissima riguardo la crescente presenza di miliziani degli Hezbollah, appoggiati da elementi dei Pasdaran iraniani, a ridosso del proprio confine con la Siria. All’inizio di questa settimana, in concomitanza con l’avvio delle operazioni belliche di Mosca, l’esercito israeliano ha infatti colpito nelle alture del Golan diversi obiettivi militari di Damasco, in risposta a due colpi di mortaio sparati dal territorio siriano.

Fin dall’inizio delle ostilità, Tel Aviv ha sempre affermato di considerare il governo di Damasco “unico responsabile” di quello che succede nella regione frontaliera, e non ha mai mancato di rispondere con delle rappresaglie a qualsiasi minaccia proveniente da est. Il presidente russo Vladimir Putin, dopo quest’ultimo incidente, ha più volte affermato di essere preoccupato per i ripetuti attacchi di Tshaal in Siria. Nello stesso tempo, ha anche dichiarato come le preoccupazioni israeliane relative alla sicurezza debbano essere prese in considerazione.

Rassicurazioni che però non sembrano sufficienti ai vertici del Paese ebraico, che studiano un piano per evitare che le alture del Golan possano diventare un nuovo fronte con di battaglia con le milizie libanesi degli Hezbollah e soprattutto, delle forze speciali iraniane. Ed è proprio questo il maggiore punto di frizione tra le due capitali. Per Putin la presenza di elementi iraniani in Siria è un asset fondamentale per la difesa di Bashar al-Assad; per Netanyhau rappresentano una seria minaccia alla sicurezza di Israele.

Tra Washington e Mosca c’è il Golan

C’è inoltre una ulteriore questione da affrontare. Secondo i recenti studi pubblicati dalla società israeliana Afek Oil and Gas, una filiale israeliana della Genie Energy statunitense, al di sotto delle rocce dell’altipiano del Golan (conquistate da Israele a discapito della Siria durante la guerra del 1967) si troverebbe un grosso giacimento di petrolio. L’area è tutt’oggi riconosciuta dalla comunità internazionale come territorio siriano, e questa scoperta potrebbe implicare massicci effetti geo-politici nella regione.

Si tratterebbe, infatti, di un sito che potrebbe contenere fino a 2 milardi di metri cubi di combustibile fossile. Che, se da una parte potrebbe sostentare per lungo tempo l’economia israeliana, dall’altra potrebbe essere il pretesto per giustificare una nuova guerra per la definitiva messa in sicurezza nell’area a favore di Israele.

Nonostante le pretese israeliane nella zona, le Nazioni Unite riconoscono le alture del Golan come territorio siriano, e hanno più volte dichiarato come le leggi e la giurisdizione di Israele non abbiano nessun effetto giuridico internazionale. La Siria avrebbe quindi una rinnovata motivazione per riprendere il territorio occupato da Israele con la forza, nonché per contrastare le pretese israeliane sul giacimento. A maggior ragione se la Russia, l’Iran, e forse anche la Cina, sostenessero Damasco nelle sue pretese, soprattutto alla luce della guerra civile in atto appena oltre il confine, dove la Russia ha già stabilito una presenza militare. E gli Hezbollah e gli iraniani continuano a fortificarsi.

(Di Nino Orto) Molte cose sono successe dall’inizio della guerra civile siriana nel 2011. Di fronte all’inefficacia delle politiche di Washington, il doppiopesismo delle monarchie del Golfo, l’ambiguità del governo di Ankara, la Siria (o quello che ne rimane) è diventata negli ultimi mesi un caos geopolitico difficilmente controllabile e potenzialmente esplosivo.