I veterani diventano degli emarginati per molte ragioni: la crisi economica, la disoccupazione, l’assenza di sostegno familiare e sociale, le conseguenze a lungo termine del trauma e delle ferite di guerra, l’alcolismo e le altre dipendenze da droghe

(di Nino Orto) I numerosissimi suicidi tra i veterani di Iraq ed Afghanistan hanno ormai fatto scattare l’allarme rosso nel governo statunitense e in tutta la società americana, che cerca di correre ai ripari. Ma, con una media di venti suicidi al giorno, la macabra conta ha ormai superato i caduti di entrambe le guerre dell’era Bush, e rischia di aumentare ancora. Ed è solo la punta dell’iceberg.

Bob Filner, membro del congresso e profondo conoscitore di questo mondo non poteva essere più chiaro : “è un’epidemia che non è mai stata affrontata pienamente, dobbiamo fare di più di quello che stiamo facendo”.  In media, un soldato americano muore ogni giorno e mezzo nei teatri di guerra sparsi in tutto il mondo, i veterani invece, si suicidano al ritmo di uno ogni 80 minuti, arrivando a più di 6.500 suicidi ogni anno.
Perché?
La causa scatenante più comune per i suicidi e i crimini commessi dai veterani è il disturbo post-traumatico da stress (PTSD), molto spesso accompagnato da traumi cerebrali. Tale affezione psichica si manifesta a seguito di forti sofferenze psicologiche o a causa di eventi fortemente traumatici e, se non adeguatamente curata, può portare a comportamenti violenti e paranoici.
 
Le stime dello stress post-traumatico e di traumi al cervello variano ampiamente, ma una cifra approssimativa indica che almeno uno su cinque dei reduci dall’Afghanistan e dall’Iraq soffre di tali patologie. E uno studio specialistico rivela che il rischio di problemi di tipo mentale aumenta di addirittura quattro volte per i soldati che sono alla loro terza o quarta missione in zone di conflitto.
 
E’ solo questo il problema?
 
Ma non è solo una questione di suicidi. Bisogna considerare anche il retroterra culturale da cui nasce il problema. La maggior parte di queste storie hanno come punto di partenza la difficoltà dell’individuo nel ricostruire i rapporti sociali una volta di ritorno dalla guerra, dove le interazioni umane erano dominate dallo spirito cameratesco e dove le regole erano ben definite.
 
I veterani diventano degli emarginati per molte ragioni: la crisi economica, la disoccupazione, l’assenza di sostegno familiare e sociale, le conseguenze a lungo termine del trauma e delle ferite di guerra, l’alcolismo e le altre dipendenze da droghe. Oltretutto, con gli esigui alloggi a prezzi abbordabili e, soprattutto , la mancanza di supporto dei servizi sociali che sono necessari per aiutarli a recuperare dalla loro condizione e diventare reintegrati nella società, ricrearsi una vita <normale> diventa difficilissimo.
 
La disoccupazione tra i veterani che si sono arruolati dopo l’11 Settembre è del 50 per cento superiore al tasso nazionale di disoccupazione. Peggio ancora, i veterani che hanno avuto ruolo attivo nei combattimenti hanno un attesa per l’impiego maggiore rispetto ai loro coetanei che hanno prestato servizio in ruoli di supporto. E nei prossimi anni, dal 2016 al 2018, gli Stati Uniti si ritroveranno con un altro milione di persone che, dismessi i panni militari, cercheranno una collocazione lavorativa.
 
Cosa è stato fatto?
 
Di certo, il problema del reinserimento dei veterani nella società è una questione che si protrae da diversi decenni e nella quale, a partire dalla guerra del Vietnam fino ad arrivare alle recenti guerre combattute in Afghanistan ed Iraq, Washington ha sempre mostrato notevoli carenze nella capacità di assistenza sociale e sostegno economico nei confronti degli ex-combattenti.
 
Un sostanziale cambiamento di tendenza è avvenuto negli ultimi anni, in particolar modo tra il 2007 e il 2013, quando il Comitato della Camera per gli affari dei veterani a guida Democratica ha eseguito più di 200 udienze e approvato più di 135 decreti a favore dei reduci e delle loro famiglie.
 
Tra i successi, una legge del Congresso che ha permesso un incremento del 60% nel budget per le cure mediche dei veterani e per il loro recupero psicofisico, ed un progetto governativo che mira ad inserire nuovamente i reduci nel mondo del lavoro. L’ordine del giorno era chiaro: rispondere ai bisogni emergenti dei veterani così come a quei bisogni che fino ad allora non erano stati presi in considerazione.
 
Tuttavia, le Organizzazioni dei Veterani hanno più volte espresso forti preoccupazioni riguardo l’incapacità del Department of Veterans Affairs di elaborare efficaci politiche in grado di soddisfare sia la qualità che la quantità del sussidio alla luce della crisi economica statunitense. In particolar modo, le associazioni si lamentavano della eccessiva lentezza con cui vengono assegnati le sovvenzioni, denunciando un periodo superiore ai centotrentacinque giorni per il disbrigo della pratica.
 
Negli Stati Uniti, secondo una stima del 2013, i veterani sono più di venti milioni, di cui dodici milioni e 800mila tra i 18 e i 64 anni, e otto milioni quelli con più di 65 anni. Secondo il regolamento del Dipartimento per gli affari dei Veterani, l’ammontare del sussidio mensile erogato, parte dai 127 dollari per gli handicap più lievi fino ad arrivare ai 2.769 per le menomazioni più gravi, e comporta tutta una serie di esenzioni, comprese le cure mediche.
 
Ma, nonostante il budget del Dipartimento per gli Affari dei Veterani ammonti a centotrentadue miliardi di dollari suddivisi in 62 miliardi di fondi discrezionali e 70 in spese obbligatorie, un tale volume di denaro non sembra ancora essere sufficiente per i molteplici problemi da affrontare. Uno studio della Brown University effettuato nel 2011 ha dimostrato come il costo delle cure sanitarie per i veterani della Guerra al Terrore raggiungerà il picco tra 30-40 anni, quantificando la spesa totale tra i 600 miliardi e 1.000 miliardi dollari all’anno per le centinaia di migliaia di persone sotto la competenza dal Dipartimento degli Affari dei Veterani.
 
Soluzione o miraggio?
 
L’amministrazione statunitense sta cercando di correre ai ripari, creando crediti fiscali e programmi di educazione ed insegnamento per l’integrazione degli ex soldati nell’ambiente lavorativo. Alle aziende che impiegheranno un veterano, sarà consegnato un fondo di 5600 dollari, che aumenterà a 9600 in caso di ex combattenti che hanno riportato menomazioni durante il servizio militare. Ma, come la maggior parte delle politiche per la creazione di nuovi posti di lavoro, questo piano di aiuti del presidente Obama per i veterani suona bene ad una valutazione superficiale, ma si sbriciola in un esame più accurato.
 
Le proposte che Obama ha portato avanti fino ad oggi si riducono, essenzialmente, a dei sussidi economici in cui il governo americano eroga soldi per aiutare i veterani nella ricerca di un impiego e per il loro sostegno economico. Queste, però, non contemplano nessun cambiamento di tipo sociale nella società riguardo la percezione dei reduci e dei loro bisogni limitandosi semplicemente ad un welfare disinteressato. Tale manovra, infatti, se da una parte non fornisce nessuna soluzione politica di lungo periodo al problema sempre maggiore dei reduci, dall’altra ipoteca in maniera perversa il futuro del paese.Proprio quel futuro che tantissimi soldati americani hanno difeso con la propria vita.
 
(di Nino Orto) I numerosissimi suicidi tra i veterani di Iraq ed Afghanistan ha fatto ormai scattare l’allarme rosso nel governo statunitense e in tutta la società americana, che cerca di correre ai ripari. Ma, con una media di venti suicidi al giorno, la macabra conta ha ormai superato i caduti di entrambe le guerre dell’era Bush, e rischia di aumentare ancora. Ed è solo la punta dell’iceberg.