Dietro l’istituzione del Califfato in Iraq si articolerebbe una chiara e ben delineata strategia, già presente in uno dei testi più oscuri e controversi del jihadismo internazionale

(di Nino Orto) Dall’Egitto di Nasser, attraverso le montagne dell’Afghanistan sovietico e della Cecenia, fino ad arrivare in Siria e poi in Iraq il jihadismo era, e continua ad essere, una storia fatta di sangue e brutalità. Ma anche di razionalità, metodo, conseguimento di obiettivi strategici. Nelle ultime settimane il mondo ha scoperto la crudeltà delle guerre in Iraq e Siria. Le crocifissioni, le decapitazioni, le uccisioni di massa da parte dei jihadisti dello Stato Islamico hanno catalizzato l’attenzione dei mass media internazionali. “L’orrore” compiuto dai miliziani islamici è diventato ormai di dominio pubblico. La paura, più che i soldi e le armi, si rivela essere l’arma vincente dei combattenti islamici.

Dietro le mosse di al-Baghadi in Iraq emerge infatti non solo una nuova generazioni di jihadisti, ma anche un nuovo modo di considerare il jihad. La glorificazione della violenza attraverso i media è uno degli aspetti peculiari che caratterizzano lo Stato islamico, con i militanti jihadisti che esercitano la ferocia come vero e proprio strumento politico che non è né estemporaneo né indisciplinato ma, al contrario, organizzato e realizzato con pianificazione militare.

Quello che accade oggi in Iraq potrebbe essere infatti l’applicazione sistematica di quanto scritto in un libro del 2006, “Management of Savagery”, in cui l’autore, Abu Bakr Naji, evidenzia la necessità di istituire un Califfato attraverso differenti stadi di cui proprio “l’amministrazione della barbarie”, ossia il periodo che intercorre tra la caduta di un potere apostata e l’istituzione di una nuova sovranità islamica, diventa quello fondamentale.

Naji scrive a riguardo: “la gestione della barbarie è definita molto sinteticamente come la gestione del caos selvaggio prima dell’istituzione del Califfato; l’insostenibilità dei livelli di ferocia stabiliti attraverso l’incredulità tra i nemici saranno la nostra forza”. Non ci può essere pietà, afferma il teorico jihadista: “I nostri nemici non saranno misericordiosi verso di noi se ci catturano. Così, ci conviene farli pensare mille volte prima di attaccarci”.

Seguendo il ragionamento di Lawrence Wright, analista del The New Yorker, apprendiamo come le decapitazioni perpetrate dallo Stato islamico in Iraq non hanno il solo scopo di terrorizzare, ma sono soprattutto destinate alla “polarizzazione della popolazione”, termine esplicitamente utilizzato nella narrativa del libro. Nella strategia di Naji la violenza diventa il catalizzatore di tensioni confessionali al fine di “formare gli schieramenti” e “trascinare le masse in battaglia.” La destabilizzazione della regione attraverso la guerra civile permette infatti ai jihadisti di penetrare nel territorio e garantire la sicurezza di quei popoli vessati, effettuando, in sostanza, una strategia di eroismo islamico fabbricato a tavolino.

Anche altri esperti, tra cui l’analista britannico Alastair Crooke, ritengono che “Management of Savagery” sia il testo di riferimento ideologico dell’IS: “le decapitazioni e le violenze perpetrate dallo Stato islamico non sono un capriccioso, folle fanatismo, ma frutto di una deliberata strategia” ci ricorda l’esperto dalle colonne dell’Huffington Post . La violenza apparentemente casuale avrebbe infatti uno scopo ben preciso, teso a provocare il terrore tra le fila dei nemici e rompere la resistenza psicologica di un popolo.

Ma il testo di Naji non si limita esclusivamente alla fase militare, bensì organizza meticolosamente anche la gestione amministrativa del Califfato. “Se immaginiamo la sua forma iniziale, troviamo che il Califfato consiste soprattutto nell’amministrare il bisogno dei popoli sia per quanto riguarda la fornitura di cibo e cure mediche, sia per il mantenimento della sicurezza e della giustizia tra le persone che vivono nelle regioni di ferocia. La gestione delle esigenze delle persone in materia di cibo e di cure mediche dovrebbe poi avanzare fino ad essere responsabile per l’offerta di servizi come l’istruzione”.

Come si può notare, la base ideologica data dal testo si prefigura come un vero e proprio Manifesto politico-militare-sociale, che pone la minaccia dello Stato Islamico ben al di sopra di qualsiasi altro gruppo jihadista apparso nel corso dei decenni. Molto prima che l’IS fosse istituito questa dottrina (seppur limitata alla strategia militare) era già stata adottata dal feroce comandante jihadista Abu Musab al-Zarqawi, rivale di Osama bin Laden e probabile “mentore”6 di Abu Bakr al-Baghdadi.

Proprio Zarkawi, in un rapporto che possiede molte analogie con quello tra Zawairi e Baghadi, si scontrò spesso con il comando di al-Qeda a causa della sua propensione alla brutalità e agli eccidi compiuti dal suo gruppo in Iraq. “Un proiettile è abbastanza per uccidere un uomo. Che senso ha decapitare?” disse una volta un luogotenente di Bin Laden a proposito dell’inaudita violenza della branca irachena.

Fu questa visione dottrinale di al-Zarkawi che a partire dal 2004 contribuì all’implosione dell’Iraq e che provocò una sanguinosissima guerra interconfessionale tra sunniti e sciiti. All’epoca fu solo grazie alla progressiva scollatura tra jihadisti e popolazione sunnita insieme alla limitata presenza sul campo di quel gruppo che si sconfisse il network di al-Qeda. Ma da allora, la violenza contro i civili, e in particolare contro gli stessi musulmani, è rimasta il punto centrale della strategia seguita dai jihadisti iracheni. Tale dottrina è la stessa che si ripropone oggi, con il Califfo che riprende ed affina la tattica del suo predecessore, tenendo però conto anche della componente sociale e politica del discorso di Naji.

Lo Stato islamico possiede ormai un vastissimo territorio che comprende un terzo dell’Iraq e buona parte della Siria nord-orientale. La milizia islamica nel corso del tempo è riuscita a porre sotto il proprio controllo raffinerie, dighe, ed intere basi militari ponendosi di fronte alla popolazione come un vero e proprio apparato statale. L’offensiva di Abu Bakr al-Baghadi è stata così repentina ed efficace che ha spiazzato in blocco tutti gli avversari, facendogli guadagnare abbastanza tempo per consolidare il territorio tra Siria e Iraq. L’obiettivo a lungo cercato da Abu Musab al-Zarqawi e dalla sua progenie, la creazione di un Califfato all’interno di una vasta guerra confessionale all’interno dell’Islam, sembra stia diventando realtà.

(di Nino Orto) Dall’Egitto di Nasser, attraverso le montagne dell’Afghanistan sovietico e della Cecenia, fino ad arrivare in Siria e poi in Iraq il jihadismo era, e continua ad essere, una storia fatta di sangue e brutalità. Ma anche di razionalità, metodo, conseguimento di obiettivi strategici.