Secondo gli ufficiali statunitensi è troppo presto per dire “missione compiuta”

(di Nino Orto) La cacciata dei combattenti dello Stato islamico dalla città siriana di Kobane da parte dei curdi ha “aiutato a fermare la spinta dei jihadisti, ma non è un punto di svolta importante nella campagna globale contro l’IS“. A dichiararlo è stato un alto funzionario del Dipartimento di Stato statunitense. Per il portavoce, la battuta d’arresto dello Stato islamico, in una città devastata da mesi di guerra, non significa infatti che possa essere dichiarata “missione compiuta” nella campagna internazionale contro il gruppo, che ha intanto conquistato grosse fette di territorio in Siria e Iraq.

Nelle ultime settimane i continui raid aerei Usa, in coordinamento con le truppe di terra curde, e i rinforzi curdo-iracheni, hanno consentito che la battaglia contro i jihadisti pendesse a favore di quest’ultimi, con un pesantissimo pedaggio in termini di caduti per lo Stato islamico. “Circa il 90 per cento di Kobane è stato ripreso, con le truppe di Baghdadi che stanno ripiegando dalla città“, ha evidenziato il funzionario ai giornalisti. “L’idea centrale di questa organizzazione (IS) è che avanzare ed espandere il proprio territorio sia inevitabile, così come era inevitabile che la loro offensiva sarebbe stata bloccata a Kobane” ha aggiunto.

Il numero di combattenti stranieri uccisi a Kobane è estremamente significativo“, nell’ordine delle “quattro cifre” ha riferito il portavoce del Dipartimento. Inoltre, secondo l’intelligence degli Stati Uniti, sono i migliori combattenti stranieri dello Stato islamico, provenienti da Cecenia, Canada, Australia e Belgio, quelli che formano i ranghi che combattono per la città, che è diventata un punto focale della campagna jihadista nel nord della Siria.

Secondo il funzionario, sono state principalmente due le decisioni critiche che a fine settembre sembrano aver impedito che Kobane cadesse completamente: il rapido invio da parte di Washington di armi ai difensori curdi, e l’accordo con la Turchia affinchè affluissero rinforzi curdi iracheni attraversaro la frontiera di Ankara. “Se non avessimo fatto quelle due cose, Kobane non esisterebbe più, e avremmo assistito ad un altro massacro“. I maggiori progressi sul campo di battaglia sono infatti arrivati una volta aperto un corridoio di terra dalla Turchia verso Kobane, che ha permesso ai rifornimenti di raggiungere i combattenti curdi, nel frattempo sostenuti dagli attacchi aerei Usa.

Riguardo il tema Kobane, anche il contrammiraglio John Kirby, addetto stampa del Pentagono, ha dichiarato: “Penso i raid aerei abbiano aiutato molto, soprattutto perchè abbiamo avuto un partner affidabile sul terreno“. Questo, secondo il portavoce del Pentagono, ha causato nel corso delle ultime sei settimane una crescente resistenza dei combattenti jihadisti di stanza a Raqqa, roccaforte del movimento in Siria, a trasferirsi nel quadrante di Kobane, anche alla luce dei numerosissimi caduti tra le fila dello Stato Islamico.

(di Nino Orto) La cacciata dei combattenti dello Stato islamico dalla città siriana di Kobane da parte dei curdi ha “aiutato a fermare la spinta dei jihadisti, ma non è un punto di svolta importante nella campagna globale contro l’IS”.