La Casa Bianca in questi anni si è focalizzata su tre principali fronti tesi a contrastare i progetti iraniani.  Per limitare e rallentare il dossier nucleare; per annullare l’implementazione di armi convenzionali ad alta precisione; per disarticolare la rete di alleati regionali pronti a servire le mire espansionistiche in Iraq, Siria, Libano.

(Di Nino Orto)

L’uccisione dello scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh – il “padre dell’atomica iraniana” – apre differenti scenari che potrebbero portare la regione verso una nuova fase della guerra fredda tra sunniti e sciiti. La morte di Fakhrizadeh è equivalente all’uccisione del capo dei Pasdaran Qassem Soleimaini poichè entrambi sono pedine fondamentali e funzionali all’espansionismo degli Ayatollah. La tempistica, tuttavia, è differente. E se la risposta alla morte del generale è arrivata in un momento in cui Washington non aveva nessun interesse ad aumentare la tensione nell’area oggi qualsiasi rappresaglia iraniana potrebbe scatenare una reazione a catena.

La “guerra delle ombre”

In Medio Oriente, parallelamente alla fine del mandato di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti, si è assistito ad un intensificarsi della pressione contro il regime iraniano. Una corsa a tempo che ha visto con l’uccisione di Fakhrizadeh l’apice di una campagna per impedire l’acquisizione di tecnologia atomica militare da parte dell’Iran. La Casa Bianca in questi anni si è infatti focalizzata su tre principali fronti tesi a contrastare i progetti iraniani.  Per limitare e rallentare il dossier nucleare; per annullare l’implementazione di armi convenzionali ad alta precisione; per disarticolare la rete di alleati regionali pronti a servire le mire espansionistiche in Iraq, Siria, Libano. 

Come parte di quella strategia, l’uccisione di Qassem Soleimaini a Gennaio di quest’anno ha ridimensionato drasticamente la capacità strategica e di proiezione militare, ma non ha eliminato la presenza iraniana nella regione. La resilienza e adattabilità del regime di Teheran ha dimostrato la capacità di rinnovare il proprio establishment. Analogamente, l’assassinio di Fakhrizadeh, se da una parte non rende impossibile la costruzione di bombe nucleari, dall’altra rende molto difficile ripristinare l’expertise perduta con la sua morte.

Soleimaini e Fakhrizadeh: due facce della stessa medaglia

A differenza del carismatico e “onnipresente” capo dei Pasdaran Qassem Soleimaini, Fahrizadeh era un personaggio schivo e praticamente “invisibile”. Dalla fine degli anni ’90 fino al 2003 è stato il capo del progetto nucleare iraniano. Dopo il 2003, viene nominato capo della ricerca e sviluppo sul nucleare, e prende la decisione di dividere i vari canali per lo sviluppo del nucleare in diverse società al fine di limitare la visibilità a livello internazionale. Il ruolo principale che ricopriva era  quello di coordinare i vari progetti, ma anche e soprattutto di mantenerli lontano da occhi indiscreti. La sua importanza risiedeva nella conoscenza approfondita dell’intero dossier nucleare e delle varie infrastrutture che lo compongono.

La competenza dello scienziato non era nella conoscenza tecnologica, ma nella capacità di gestire tutti i progetti parallelamente, senza nessun contatto tra di loro. “È considerato uno dei massimi scienziati della comunità scientifica globale? Non credo. Ma era certamente uno scienziato, sapeva come fare una bomba nucleare e cosa serve, e anche come costruire questo sistema e i suoi vari componenti, in modo che alla fine i prodotti di tutti si potessero ricongiungere tra loro” dice l’ex Primo ministro israeliano Ehud Olmert. A differenza di altri Paesi della regione l’Iran è definito dall’intelligence internazionale come un regime razionale e pragmatico. All’uccisione del capo dei Pasdaran la reazione è stata abbastanza moderata, con il lancio di 12 missili su una base americana in Iraq un’operazione che si è conclusa con diversi soldati feriti ma senza vittime. In Siria, Iraq, Yemen, sebbene il network di milizie sciite pro-iraniane, l’establishment di Teheran è sempre stato attento a non destabilizzare irrimediabilmente l’equilibrio interno evitando così la condanna di attori internazionali e l’accusa di destabilizzare la regione.

Lo stesso vale per il programma nucleare. Nonostante le sanzioni imposte da Trump e le sue minacce di aggravarle, il regime degli ayatollah fino ad ora non ha violato gli accordi sull’arricchimento dell’uranio civile (circa il 4,5% di energia / elettricità) per un livello di arricchimento più alto del 20% come in passato (e che può essere utilizzato per scopi militari).

L’amministrazione Biden

A Teheran si aspetta impazientemente un cambio di rotta da parte di Washington. Ma cambierà davvero l’approccio degli Stati Uniti in Medio Oriente con l’elezione di Joe Biden? Alcuni analisti affermano che la politica estera americana, soprattutto legata al Medio Oriente, non cambierà. I quattro anni di Trump hanno però dimostrato come la volontà e l’attitudine di un Presidente possano cambiare totalmente la politica del proprio predecessore e discostarsi dall’approccio seguito fino ad allora. Il presidente neo-eletto ha piu’ volte affermato come sotto la sua presidenza avrebbe annullato molte delle decisioni di politica estera fatte da Trump, dalla decisione di ritirarsi dai principali accordi internazionali fino ad arrivare all’accordo nucleare con l’Iran e le sanzioni imposte al Paese.

Molti analisti concordano con il ritenere la Presidenza di Joe Biden una continuazione della dottrina Obama, basata sulla contrapposizione tra Paesi sunniti del Golfo e la cintura sciita guidata da Teheran. Una sorta di “guerra fredda” che impedirebbe lo scoppio di una guerra totale nella regione focalizzandosi invece su occasionali scontri per procura. Le tragedie umane occorse in Siria, Yemen e Iraq hanno dimostrato come questo approccio abbia fallito, se non altro nell’evitare migliaia di morti in Siria e Iraq ed una tragedia umanitaria in Yemen.

Il neo-presidente Joe Biden ha indubbiamente il suo modo di gestire la politica estera, ma è più vicina alla visione del presidente Obama rispetto al suo predecessore Trump. In un discorso al Graduate Center della City University di New York, ha promesso di riparare ai danni del presidente Trump e ha tracciato una rotta fondamentalmente diversa per la politica estera americana. Porre fine al sostegno degli Stati Uniti alla guerra guidata dai sauditi in Yemen e ritornare con l’Iran al tavolo negoziale, soprattutto per quanto riguarda il dossier nucleare.

Tuttavia, l’approccio di Biden al dossier mediorientale si scontrerà con importanti cambiamenti avvenuti nei quattro anni in cui Trump è stato alla Casa Bianca. In primo luogo, le sanzioni imposte dalla sua amministrazione a personalità e istituzioni iraniane nell’ambito del terrorismo. Molti analisti statunitensi ritengono che il nuovo inquilino della Casa Bianca non si assumerà un grosso rischio politico nei suoi primi anni in carica revocando le sanzioni legate al terrorismo, ricordando che l’apertura del presidente Obama all’Iran non è avvenuta fino al suo secondo mandato. Tra le variabili che possono ostacolare la sua volontà di riconciliazione con Teheran, soprattutto per quanto riguarda la pratica iraniana, ci sono la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i paesi del Golfo, e quindi la creazione di un blocco politico-militare e di intelligence compatto nel rifiutare qualsiasi politica di apertura con Iran da parte di Washington.

Fondamentali saranno le personalità che il Presidente Biden sceglierà nella sua amministrazione per gestire il quadrante mediorientale e il dossier iraniano.