Come precedentemente sfruttato da Zarkawi e da al-Qaeda, seppur con i dovuti distinguo, la continuità tra ex-apparato militare di Saddam Hussein e l’attuale leadership jihadista è una evidenza lampante

Abu Bakr al-Baghdadi attacca, si ritira, provoca il nemico vicino e lontano, gestisce oculatamente i territori sotto il proprio controllo, ampliando il proprio “franchising del terrore” a livello globale. Sono più strategie che si intersecano per raggiungere l’obiettivo finale: l’istituzionalizzazione del Califfato nel cuore del Mashrek. Ma cosa si cela al di sotto dello strato visibile dello Stato Islamico e della sua organizzazione? Perché alcune contingenze hanno permesso che lo Stato Islamico non sia rimasto una semplice milizia jihadista, seppur temibile e pericolosa, ma sia diventato un vero e proprio esercito fortemente professionalizzato e profondamente ideologizzato?

(di Nino Orto) “Long live people, long live nation, long live jihad. Down with American and Persian”. Con queste parole, l’ex-rais iracheno Saddam Hussein terminava la sua ultima arringa davanti la Corte irachena, il 5 novembre 2005, durante la pronuncia della sentenza che lo avrebbe condannato a morte per crimini contro l’umanità. Un avvertimento alla propria comunità di appartenenza. Poche semplici affermazioni che condensavano il testamento politico del deposto presidente iracheno alle generazioni future: popolo, jihad, nazione. Una sfida che dieci anni dopo, non casualmente, sarebbe stata raccolta dallo pseudo califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Tribù, islam, nazione islamica: i pilastri portanti dello Stato Islamico in Siria e Iraq.

Le tribù sunnite

Uno degli elementi fondamentali dell’ascesa dello Stato Islamico sono le tribù, ed in particolare quelle che gestiscono fin dal 1991 i canali transfrontalieri di contrabbando tra Turchia-Siria-Iraq; sono le rotte che hanno mantenuto in vita la popolazione irachena durante gli anni dell’embargo Onu all’Iraq. Le stesse che a partire dal 2003 hanno permesso il passaggio di ribelli e armi durante l’occupazione statunitense del Paese e che oggi, grazie al fiorente mercato nero del greggio sviluppatosi da/per i territori siro-iracheni caduti sotto il controllo dei jihadisti, sono fondamentali per il mantenimento e la gestione dello pseudo-Califfato.

Le tribù sono la spina dorsale della comunità sunnita e, come Saddam Hussein e i baathisti prima di loro, la leadership dello Stato Islamico si è adoperata fin da subito a cooptare gli introiti del contrabbando con i vari sheikh delle comunità, creando un indotto fruttuoso per entrambi che ha sostenuto e sostiene parte dello sviluppo economico del Califfato. Molto spesso, i trafficanti sono essi stessi membri dello Stato Islamico.

Al contrario di al-Qaeda, che durante il conflitto iracheno aveva decimato tutti gli esponenti delle tribù sunnite per azzerare qualsiasi rivale nella gestione politica della ribellione, e che alla fine aveva portato alla rivolta della comunità e al quasi annientamento del gruppo, lo Stato Islamico non si è solo irachizzato nella propria leadership, ma tende a inglobare e cooptare gli interessi economici comuni, spesso convergenti, tra i jihadisti e i vari clan, riuscendo a mantenere un apparente grado di stabilità che dal 2003 è un miraggio in quella regione.

Ma le motivazioni per cui i jihadisti sembrano riuscire nel loro intento non si limitano al semplice fattore economico e di convergenze di interessi con le tribù. A quasi due anni dalla proclamazione del Califfato diventa sempre più importante anche il fattore sociale; il miglioramento della sicurezza e della percezione di “ordine” nei territori sotto il controllo dello Stato Islamico sembrano essere motivazioni più che accettabili per l’acquiscenza della popolazione e l’avanzamento del progetto di costituzione di uno stato sunnita e jihadista in Siraq.

A partire dal 2011, anno di ritiro delle truppe di Washington dall’Iraq, il governo a maggioranza sciita dell’ex premier Nouri al-Maliki ha sistematicamente condotto una campagna di arresti e intimidazione dei leader tribali sunniti che ha creato un clima di forte sfiducia nei confronti di Baghdad, allontanando decisamente ogni possibilità di riappacificazione tra i “clan moderati” e le autorità irachene.

Nonostante l’elezione del nuovo primo ministro Haider al-Abadi con i suoi tentativi di reintegrare la comunità sunnita nei processi decisionali e nella lotta allo Stato Islamico, il crescente peso delle milizie confessionali nella gestione della sicurezza dello Stato iracheno suscitano tra la popolazione sunnita  vecchie paure di tensioni inter-confessionali, come già avvenuto a Baghdad durante il biennio 2006-2008. Sono “anche” questi i motivi per cui le comunità e le tribù sunnite propendono ad accettare l’autorità dei jihadisti e dei baathisti piuttosto che quella governativa.

Baathisti, jihadisti, e il “baathismo”

Vi sono poi i funzionari e gli ex-quadri militari baathisti, fuggiti dopo la presa della capitale da parte degli Stati Uniti e braccati durante tutta l’occupazione, sono riusciti a sopravvivere nelle aree tribali. Adesso sembrerebbero essere il punto di mediazione tra i jihadisti e le tribù. Da quanto emerge dalle inchieste dei media internazionali e dagli studi di esperti sarebbero loro gli “agenti ombra” di un sistema parallelo adibito a controllare ogni riunione di alto livello del gruppo nonché organizzare la strategia militare della milizia.

Sono gli iracheni che comandano. Nessuno conosce i loro nomi né i loro volti. Ma sono loro a dare gli ordini. Lo fanno dalla scrivania; in prima linea inviano i combattenti stranieri” come ha dichiarato al quotidiano britannico The Indipendent un militante jihadista scappato dalla Siria. Si tratta perlopiù di ufficiali e quadri militari dell’intelligence sopravvissuti all’occupazione statunitense e all’epurazione di Maliki con un incredibile esperienza militare alle spalle. D’altronde, fu lo stesso Saddam Hussein ad organizzare, ben prima della campagna militare di Washington, un efficace network di safe house, depositi di munizioni ed esplosivi, vie di fuga per entrare e uscire dall’Iraq.

Come precedentemente sfruttato da Zarkawi e da al-Qaeda, seppur con i dovuti distinguo, la continuità tra ex-apparato militare di Saddam Hussein e l’attuale leadership jihadista è una evidenza lampante. La differenza sostanziale è che oggi i baathisti rappresentano per i jihadisti non solo il know-how militare e politico, ma sono senza dubbio la chiave di volta per la creazione di un apparato statale capace di rispecchiare la visione messianica del Califfato.

Nonostante questo sia il livello più complesso e sicuramente il più ambiguo tra gli studi che affrontano il tema del Califfato, è da esso che molto probabilmente si potrà comprendere il come un semplice gruppo di guerriglieri sia riuscito non solo a distruggere dei confini nazionali che hanno caratterizzato quella regione per quasi un secolo, ma anche a creare uno stato jihadista combattente nel cuore del medio oriente.

 

(di Nino Orto) “Long live people, long live nation, long live jihad. Down with American and Persian”. Con queste parole, l’ex-rais iracheno Saddam Hussein terminava la sua ultima arringa davanti la Corte irachena, il 5 novembre 2005, durante la pronuncia della sentenza che lo avrebbe condannato a morte per crimini contro l’umanità.