L’importanza del Siraq, inizialmente sottostimata o completamente ignorata dalle maggiori agenzie di intelligence occidentali e think-thank internazionali, già dalla seconda metà del 2012 cominciava ad essere indicatore degli scenari futuri nelle nazioni post-primavere

(di Nino Orto) Sono passati dieci mesi da quando le milizie dello Stato Islamico hanno conquistato Mosul e buona parte della regione irachena di al-Anbar. Da allora, tra eccidi compiuti dalle milizie jihadiste e improbabili giravolte diplomatiche degli attori internazionali impegnati in Siria ed Iraq, lo scenario è cambiato.

La storia si ripete

Successivamente alle “Primavere arabe” del 2011 e ai conseguenti mutamenti negli equilibri geopolitici dell’area nord-africana, l’importanza strategica dell’area del Mashrek, ossia l’insieme dei paesi a sud della Turchia e ad est dell’Egitto, è ormai diventata di vitale importanza per gli interessi mondiali, soprattutto alla luce dell’attuale situazione nordafricana e dell’area sub-sahariana, dove la crescente rilevanza del brand dello Stato Islamico tra le milizie afferenti alla rete jihadista internazionale pone un ulteriore minaccia alla stabilità globale.

L’importanza del Siraq, inizialmente sottostimata o completamente ignorata dalle maggiori agenzie di intelligence occidentali e think-thank internazionali, già dalla seconda metà del 2012 cominciava ad essere indicatore degli scenari futuri nelle nazioni post-primavere quando si assiste, anche se in sordina, ad una progressiva “jihadistizzazione” della rivolta popolare contro il presidente siriano Bashar al Asad, che già dal 2013 permetteva ai gruppi salafiti-jihadisti come al-Nusra e le milizie di Ahrar al Sham, ma soprattutto a quelle dello Stato Islamico, di ottenere la superiorità militare in tutto il quadrante nord, nord-ovest del Paese, eccetto che per alcune zone di Aleppo e al confine con la Turchia.

La supremazia delle armi, insieme al dissolvimento delle forze di sicurezza siriane e alla marginalizzazione della “resistenza moderata”, permettevano infatti la creazione di differenti business illegali che, insieme alle consistenti donazioni da parte di nazioni compiacenti e nemiche di Damasco, hanno alimentato per anni le casse di queste milizie jihadiste con armi di ultima generazione, munizioni, rifornimenti logistici, know-how, nonché centinaia di milioni di dollari in contanti.

La progressiva islamizzazione ed estremizzazione del conflitto, grazie all’agenda seguita dal leader dell’IS Abu Bakr al-Baghdadi, ha successivamente favorito la polarizzazione della popolazione su cleavages etnico-confessionali, che hanno elevato la guerra tra i ribelli ed il regime ad uno scontro religioso tra sunniti e sciiti, le due maggiori correnti all’interno dell’Islam. Tale duello millenarista, unito al progetto utopico della creazione del Califfato, è stato perfettamente sfruttato dal Califfo per portare avanti la campagna di indottrinamento e reclutamento dei propri adepti, facendo leva anche sul malessere dei giovani musulmani sia nei paesi arabi che in Occidente.

In poche parole, con il confessionalismo e l’utopismo dell’Apocalisse islamico, la Siria è stata l’incubatrice perfetta per la prima fase della creazione di una nuova entità geopolitica in Sham a carattere fondamentalista e jihadista, perfettamente rappresentato dallo Stato Islamico.

La testa di ponte siriana e il “far west” iracheno

La conquista e la trasformazione di Raqqa in una roccaforte dell’IS, l’afflusso costante di combattenti, nonché il “disinteresse” di Damasco nel contrastare la milizia, nel 2013 consentivano dunque la creazione di un bastione jihadista a pochi chilometri dall’Iraq, comportando la riuscita della seconda fase del piano di Baghdadi, ossia la creazione di un territorio omogeneo a livello etnico-religioso che si estendesse dalla regione irachena di Anbar alle roccaforti del gruppo in Siria, abbattendo così le frontiere reali ed immaginarie tra i due paesi, in un processo di alto valore simbolico di “distruzione” dei confini precedentemente tracciati dall’accordo Sykes-Picot, a detta loro manifestazione palese del colonialismo occidentale nei confronti dei musulmani.

A partire da gennaio 2014, con la conquista di Falluja, fino ad arrivare alla fulminea presa di Mosul nel giugno dello stesso anno, l’Iraq è diventato uno sterminato terreno di conquista per le milizie dello Stato Islamico, che attualmente sperimentano nuove forme di governo prettamente statali nonostante seguano le classiche azioni di guerriglia. Come in Siria, in Iraq lo Stato Islamico continua a consolidare le proprie roccaforti all’interno delle grandi città, spende notevoli risorse per portare avanti delle efficienti politiche di sicurezza e welfare a favore della popolazione, istruisce militarmente una nuova generazione di combattenti fedeli e determinati per incrementare le risorse umane del Califfato: tutti fattori che aumentano la loro presa sul territorio e la difficoltà per una efficace campagna militare contro di essi.

La riuscita del progetto califfale in Iraq, a differenza della Siria, è infatti stato possibile grazie ad un contesto socio-politico di incertezza e paura tra la popolazione sunnita, che unita alle politiche dittatoriali e ostentatamente confessionali del governo centrale di Baghdad, nonché dalla convergenza di interessi tra jihadisti e quel che rimane del vecchio partito baathista iracheno, sembrerebbe aver permesso la conquista e il mantenimento, da parte dei jihadisti, di un potere stabile e legittimato popolarmente nella regione irachena di al-Anbar, in Iraq, e nelle roccaforti di Raqqa e Deir Ezzor in Siria orientale. Un potere quasi statale, che difficilmente potrà essere estirpato militarmente, a meno che non si voglia correre il rischio di distruggere definitivamente la regione e favorire la creazione di una moltitudine di staterelli confessionali.

La risposta dell’Occidente (?)

L’area siro-irachena rappresenta un caso di minaccia diretta agli interessi globali, in quanto si trova in un’area di frizione tra i maggiori interessi geopolitici e geostrategici mondiali, e non è un caso che i maggiori attori internazionali abbiano fin da subito cercato di arginare l’espansione del Califfato attraverso il sostegno ai curdi e al governo di Baghdad, impegnandosi in una campagna aerea di lungo periodo contro i jihadisti dell’ISIS.

Attualmente, la strategia seguita dai paesi occidentali non contempla nessun invio di truppe, al di fuori di forze speciali e istruttori, per contrastare lo Stato Islamico. Tuttavia, nonostante questo rappresenti un utile strategia per non essere coinvolti direttamente nel conflitto, nel lungo periodo potrebbe rivelarsi inefficace, soprattutto in assenza di un esercito altamente preparato ed equipaggiato ed in grado di sostenere una guerriglia urbana nelle roccaforti di Abu Bakr al-Baghdadi in Iraq, come Mosul e Falluja.

(di Nino Orto) Sono passati dieci mesi da quando le milizie dello Stato Islamico hanno conquistato Mosul e buona parte della regione irachena di al-Anbar. Da allora, tra eccidi compiuti dalle milizie jihadiste e improbabili giravolte diplomatiche degli attori internazionali impegnati in Siria ed Iraq, lo scenario è cambiato.