Corruzione ad ogni livello, inefficienza nell’erogazione dei servizi pubblici, esercito disarticolato, lotte intestine al partito di governo, “dipartimenti ombra” in seno agli apparati statali, onnipresenza delle milizie confessionali, controllo ferreo dei partiti religiosi sulla popolazione; sono solo alcune delle sfide che il governo iracheno a maggioranza sciita si trova ad affrontare.

(di Nino Orto)Baghdad è un campo di battaglia, ma in occidente solo alcune avvisaglie sono recepite al di sopra della “tempesta perfetta” causata dai jihadisti dello Stato Islamico tra Siria e Iraq. Da mesi, parte della leadership sciita irachena procede timidamente con delle riforme che sono state appoggiate dalla maggior parte del clero, ma che hanno provocato la feroce resistenza di pezzi dello stato iracheno e delle milizie confessionali, sfociando in una accesa contrapposizione tra le parti.

Corruzione ad ogni livello, inefficienza nell’erogazione dei servizi pubblici, esercito disarticolato, lotte intestine al partito di governo, “dipartimenti ombra” in seno agli apparati statali, onnipresenza delle milizie confessionali, controllo ferreo sulla popolazione dei partiti religiosi, sono solo alcune delle sfide che il governo iracheno si trova oggi ad affrontare. Mentre in contemporanea si combatte una guerra a tutto campo contro i jihadisti di Baghdadi. E senza una capitale irachena organizzata e compatta, cade qualsiasi possibilità di sconfiggere definitivamente il Califfato. Ma chi sono gli attori in gioco?

Il governo

L’attuale primo ministro Haider al-Abadi si è insediato nel settembre 2014, sostituendo il premier uscente Nouri al-Maliki, considerato il principale responsabile dell’alienazione della comunità sunnita e dell’ascesa dello Stato Islamico. Da allora, cerca di portare avanti una serie di riforme tese a migliorare la percezione dello Stato iracheno nei confronti della popolazione. Abadi, nonostante la scarsa legittimità popolare, è uno dei politici iracheni di più alto profilo e ha ricoperto numerosi incarichi dal suo rientro nel Paese avvenuto nel 2003.

Rispetto al predecessore viene considerato un “moderato” e maggiormente “inclusivo”, di formazione “occidentale”, meno incline alle divisioni. Attitudini che fin da subito sono state messe in campo per rendere maggiormente efficiente e trasparente la macchina di governo irachena, nonché per cercare di ricostruire un rapporto di fiducia con i curdi e i sunniti.

Lo scorso 11 agosto, il parlamento iracheno ha votato in seduta plenaria l’approvazione del pacchetto di riforme economiche, politiche, amministrative, tra cui spiccavano importanti misure quali la riduzione del numero dei ministri, l’eliminazione delle quote confessionali e di partito per le alte cariche di governo, l’ampliamento del potere della magistratura al fine di perseguire i funzionari corrotti, nonché l’eliminazione dei decreti legge che hanno caratterizzato gli ultimi anni di vita politica irachena.

Il piano ha abrogato anche tutti quei regolamenti, voluti dagli Stati Uniti, che dal 2005 impongono la spartizione delle cariche pubbliche tra i tre maggiori gruppi etnico-confessionali in Iraq. Norme che inizialmente miravano a rendere inclusivo il futuro stato iracheno, ma che negli anni hanno prodotto corruzione e clientelismo.

Un vero e proprio terremoto politico che ha scosso alle fondamenta l’intero Stato iracheno, e che ha causato un alzata di scudi generale tra tutti quelli che si sentono in qualche modo minacciati dalle riforme. “Ci sono due principali fonti di opposizione alle nuove norme” ha recentemente dichiarato Sa’ad al-Hadithi, portavoce del primo ministro. “Da una parte troviamo le persone i cui i privilegi sono stati ridimensionati; dall’altra le mafie corrotte che hanno buoni rapporti con i politici.” Tutti elementi che limitano il processo di riforme promesso dal primo ministro iracheno che, a più di un anno dal suo insediamento, continua a navigare a vista in un contesto politico opaco.

Ma, la sfida più grande per il premier iracheno, resta il feudo personale di Nouri al Maliki all’interno del partito di governo Dawa, lo stesso da cui proviene l’attuale premier. Secondo molti analisti, tra i funzionari e i membri del governo vi è una profonda divisione sulla scelta del leader, e molti sono in attesa di capire chi prevarrà tra Abadi e Maliki.

L’opposizione degli “ex”

Infatti, sono i “malikiyoun”, i fedelissimi dell’ex-premier, ad essere in prima linea contro Abadi nella lotta senza quartiere che si consuma da mesi nella capitale irachena. Non a caso, l’ex primo ministro iracheno è stato fin dalla nomina di Abadi il principale oppositore del programma di riforma della burocrazia irachena.

Il tentativo, neanche troppo velato, di Maliki per far deragliare l’agenda politica di Abadi d’altronde arriva in un momento di grande incertezza regionale con gli Stati Uniti e la Russia che, nonostante l’altalenante alleanza contro lo Stato Islamico, rimangono ai ferri corti per numerose altre questioni, limitando fortemente la possibilità di una stabilizzazione della politica irachena.

Ad aggiungersi al quadro piuttosto confuso vi è poi l’Iran che, attraverso i sempre più potenti alleati delle milizie sciite, ha pubblicamente criticato gli Stati Uniti per la sue politiche inefficaci contro i jihadisti sostenendo, in alcuni casi, una nuova alleanza con la Russia, alimentando le contrapposizioni all’interno della compagine sciita.

Proprio le milizie confessionali sono infatti un ulteriore elemento di destabilizzazione “esterna” all’interno del governo di Baghdad, in quanto potrebbero far deragliare lo scontro, finora esclusivamente politico, sul piano del confronto militare inter-sciita, come peraltro già avvenuto numerose volte dall’approvazione della Costituzione irachena nel 2005 a causa della divergenza di interessi tra le parti.

Non è un caso che tra i più importanti capi delle milizie che temono la crescente influenza di Abadi vi sono Abu Mahdi Al-Mohandis, un alto comandante delle milizie di mobilitazione popolare; Hadi Al-Ameri, il leader delle Badr Organization, braccio armato del partito sciita del Supremo Consiglio islamico iracheno (ISCI); Qais al-Khazali, fondatore del gruppo paramilitare Asa’ib Ahl Al-Haq che attualmente opera tra Iraq e Siria. Sono infatti tutti gruppi che più o meno possono essere ricollegati all’influenza di Teheran.

La mancanza di supporto per le riforme di Abadi tra i suoi rivali sciiti e le milizie è principalmente dovuta dal timore che si stia tentando di creare una piattaforma politica alternativa che potrebbe emarginare i partiti della milizia e la vecchia leadership. Ma, aldilà degli interessi locali, sono soprattutto le politiche relative alla sicurezza e alla politica estera a creare un solco tra Abadi ed i suoi detrattori.

L’agenda del premier iracheno è concentrata sulla ricostruzione di un forte esercito nazionale e sullo sviluppo di stretti legami con i paesi occidentali; al contrario le fazioni pro-Iran sono focalizzati sulla costruzione di una potente rete di milizie confessionali sciite che leghino Baghdad all’ormai consolidato asse Iran-Damasco-Mosca.

L’appoggio del clero

Nella complicatissima arena irachena, il primo ministro Haider al-Abadi può tuttavia contare su un inaspettato appoggio da parte di un soggetto rimasto fino ad ora sullo sfondo degli eventi: il potentissimo clero sciita iracheno e la sua massima autorità, il Grand Ayatollah al-Sistani.

Proprio Sistani, negli ultimi mesi ha sostenuto nei sermoni del venerdì la legittimità delle proteste a favore delle riforme, chiedendo ad Abadi di adottare misure più energiche per perseguire esponenti politici di spicco coinvolti nella corruzione. La contrapposizione del Grand Ayatollah alle milizie confessionali, e il suo aperto appoggio al premier, ha infatti permesso ad Abadi di raccogliere legittimità dalla base, per poter condurre la sua lotta contro lo “stato profondo” e gli “interessi occulti” all’interno del governo iracheno.

Resta da capire quale delle due anime all’interno del blocco sciita prevarrà. Dagli esiti di questa lotta intestina si decideranno i futuri assetti del governo di Baghdad e nella lotta allo Stato Islamico.

(di Nino Orto)Baghdad è un campo di battaglia, ma in occidente solo alcune avvisaglie sono recepite al di sopra della “tempesta perfetta” causata dai jihadisti dello Stato Islamico tra Siria e Iraq. Da mesi, parte della leadership sciita irachena procede timidamente con delle riforme che sono state appoggiate dalla maggior parte del clero, ma che..