Negli ultimi anni Israele, l’OLP ed Hamas si trovano ad avere almeno una cosa in comune: affrontare il salafismo jihadista come una nuova “quarta forza“ capace di alterare i già precari equilibri del conflitto.

(di Nino Orto) “Abbiamo un’accordo con Hamas che rispetteremo fino a quando Israele rispetterà la tregua con i palestinesi di Gaza. Se Israele dovesse violarla lanceremo i nostri razzi senza nessuna consultazione con Hamas”. Così dichiarava Abu Bakir, leader di una delle milizie salafite a Gaza, durante una intervista rilasciata alla Associated Press il 9 marzo 2014. Appena qualche giorno dopo, il 12 marzo, una pioggia di missili diretti da Gaza verso Israele segnava la più ampia escalation militare dal novembre 2012.

Cosa è successo?

Secondo alcuni analisti, il recente attacco missilistico sarebbe un messaggio dei jihadisti gazawi al politburo di Hamas affinché si ribilancino gli equilibri di forza tra i vari gruppi palestinesi, in particolar modo i salafiti, che attualmente subiscono una feroce repressione del gruppo islamico. Teoria che verrebbe avvallata anche dall’inusuale “morbidezza” israeliana verso Hamas nella risposta militare all’attacco. Secondo altri, il gruppo islamico avrebbe dato una “prova di forza” ai salafiti per convincerli della bontà della propria condotta morale nei confronti di Israele, così da mantenerli tra i ranghi. Anche qui Israele potrebbe aver colpito in maniera “soft” per non aggravare la spaccatura tra Hamas e i vari gruppi salafiti-jihadisti della Striscia di Gaza.

Le frange più estreme dei salafiti sono da tempo una spina nel fianco per il movimento palestinese di Gaza a causa del loro oltranzismo, delle loro aperte critiche nei confronti di Hamas, ma anche e soprattutto per la loro imprevedibilità. Sotto tale bandiera troviamo l’Esercito dell’Islam, guidato da Mumtaz Dagmush, ex-dirigente dei Comitati di Resistenza Popolare che dopo la rottura con Hamas ha abbracciato e imposto al proprio gruppo l’ideologia jihadista. O Fatah al Islam nella terra di Ribat, affiliata con Fatah al Islam in Libano e strettamente affine all’ideologia qaedista. Gruppi che hanno in comune sia attività che comprendono attività propagandistiche allo scopo di diffondere il jihad, sia forme attive di violenza contro la popolazione straniera non musulmana e contro lo stile di vita “troppo laico”.

Cosa è cambiato?

Sebbene la presenza di salafiti-jihadisti sia stata fino ad oggi principalmente concentrata all’interno della Striscia di Gaza, negli ultimi mesi anche in Cisgiordania c’è stato un aumento del numero di palestinesi sedotti dalla dottrina jihadista e pronti ad agire in nome di questa ideologia. Il 26 novembre 2013, durante un controllo di routine dell’esercito israeliano nelle colline vicino Hebron, in West Bank, le IDF hanno ingaggiato per la prima volta uno scontro a fuoco con una cellula di salafiti-jihadisti non direttamente collegabile ne all’OLP di Abu Mazen né ad Hamas. Il 30 gennaio 2014, in occasione del corteo funebre di un seguace salafita ucciso dalle forze di sicurezza israeliane, per la prima volta dal 2007 i miliziani di Hamas e della Jihad islamica hanno fatto un apparizione pubblica in Cisgiordania, alimentando il timore di una loro rinnovata presenza in un territorio che di fatto dovrebbe essere sotto la giurisdizione dell’OLP.

L’ascesa del salafismo-jihadista in Palestina.

Il concetto di ” salafia ” si riferisce ad un movimento sunnita che si sforza di ripristinare i primi giorni dell’Islam “puro” tramite l’emulazione delle tradizioni e dei costumi del Profeta Maometto e dei primi califfi. La parola “Salaf” significa infatti “antenato” o “di prima generazione” e i seguaci di questa dottrina, chiamati “salafiti” sono dei fedeli particolarmente devoti, con la loro azione che si concentra sull’obiettivo di ripristinare la fede in tutti i musulmani attraverso l’attività sociale e civile, come l’istruzione e la carità (Dawa) al fine di restaurare la legge di Dio (Sharia).

Per quanto il salafismo possa considerarsi un movimento religioso che rifiuta sia la politica che la violenza, il jihadismo salafita si è sviluppato e affermato come movimento politico radicale all’interno del salafismo, ed è considerato uno dei movimenti più austeri e militanti dell’Islam moderno. I salafiti-jihadisti considerano infatti la lotta armata è il jihad contro tutti i nemici dell’Islam, sia in patria che all’estero, l’unica via percorribile, e questo include attacchi anche contro i governi arabi che non basano il loro governo sulla legge di Dio.

Ci sono versioni contrastanti per quanto riguarda le circostanze che hanno causato la comparsa del jihadismo palestinese: secondo una delle ipotesi, la maggior parte delle cellule jihadiste sarebbero costituite da dissidenti provenienti dalle Brigate al-Qassam, ed avrebbero disertato dall’ala militare di Hamas a causa di dispute ideologiche su come continuare la guerra contro Israele. Secondo altre, l’ideologia qaedista avrebbe conquistato spazio e consenso per il fortissimo senso di impotenza tra i palestinesi contro lo strapotere militare-economico israeliano, che potrebbe aver giocato un ruolo fondamentale nella conversione al salafismo religioso prima e il jihadismo politico poi, riuscendo ad attecchire anche nella più laica Cisgiordania. La crescente popolarità dei salafiti è infatti anche il risultato della disillusione della popolazione palestinese riguardo la capacità di Fatah e Hamas a costruire un’futuro stabile e alternativo.

 

I rischi

Al di là delle motivazioni e dei numeri il pericolo jihadista per Israele e le leaderships palestinesi è più che mai presente, soprattutto alla luce della rinnovata popolarità che il salafismo continua ad ottenere in Libia, Tunisia, Egitto, ed ovviamente Siria. Secondo un recente studio pubblicato dalla Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center, decine di palestinesi dalla Striscia di Gaza e alcuni volontari dalla Cisgiordania si sono recati in Siria per combattere con le organizzazioni salafite – jihadiste, ed altri palestinesi dalla Giordania e dal Libano hanno già aderito a gruppi come Jabhat Al- Nusra, aumentando il rischio per Israele di attacchi spettacolari condotti in maniera professionale.

Le conclusioni sono chiare: anche se il numero potrebbe oggi apparire insignificante, il rischio che i combattenti di ritorno dalla Siria possano creare nuove cellule, e in seguito diffondere l’ideologia salafita-jihadista in Palestina, resta altissimo. A maggior ragione se si considera come la situazione di stallo che intercorre tra i due gruppi palestinesi rivali, con Hamas che cerca di sopravvivere all’isolamento regionale e Fatah occupato a gestire la propria scarsa legittimità tra i palestinesi, potrebbe facilitare questi gruppi nell’inserirsi in una “zona grigia” della politica palestinese, dalla quale poter predicare una nuova via armata per la risoluzione del conflitto.