Lo Stato Islamico, galvanizzato dai successi in Iraq e Siria, si estende e rafforza a livello globale. Ora anche la leadership di al-Qeda è nel mirino

(di Nino Orto) Dalle montagne dell’Afghanistan alle pianure desertiche della regione di al-Anbar, l’asse portante del jihadismo internazionale sembra essersi ormai spostato definitivamente in Iraq, dove una nuova generazione di jihadisti intende restare e combattere, determinati a cambiare le regole del gioco. La proclamazione del Califfato da parte di Abu Bakr al-Baghdadi ha infatti messo in evidenza non solo una questione di sicurezza regionale o di crescenti rischi per l’Occidente, ma anche quello che fino ad oggi era un segreto gelosamente custodito dal movimento jihadista, ossia una annosa diatriba tra la nuova e vecchia guardia di al-Qeda che, dopo la Siria, è esplosa in tutta la sua drammatica evidenza.

A partire dal 2014, dopo l’istituzione del Califfato iracheno, a salire alla ribalta è una nuova leva di leader jihadisti, cresciuti durante l’occupazione statunitense dell’Iraq, e che considera i veterani di al-Qeda troppo passivi politicamente e teologicamente. Proclamando il ristabilimento del Califfato, lo Stato islamico ha notevolmente alterato il mondo jihadista trans-nazionale, causando un significativo stravolgimento delle tradizionali dinamiche in cui operano le organizzazioni jihadiste e, a differenza di al-Qeda, che nonostante l’obiettivo dichiarato di volere la creazione di un Califfato mondiale non ha mai preteso di essere più che un semplice gruppo armato, si proietta come l’unico legittimo rappresentante del mondo islamico.

La disputa teologica

Secondo il pensiero di Ayman al-Zawahiri e della leadership storica di al-Qeda, l’istituzione del Califfato può esigere lealtà da tutti i musulmani, e dichiarare jihad contro i nemici della fede, solo dopo che il mondo musulmano sia stato purificato dalla condizione di jahiliyya -il tipo di ignoranza spirituale che esisteva prima del Profeta- e abbia reciso ogni contatto con le influenze occidentali e i regimi corrotti. In secondo luogo, un altro cardine della teoria jihadista classica è che non sia possibile istituire il Califfato senza “il consenso della comunità” e in assenza di un “contesto di pace” che possa favorire lo scambio di opinioni all’interno della comunità musulmana, in linea con il pensiero dello scrittore egiziano Sayyid Qutb, ampiamente considerato il primo teorico del moderno jihadismo internazionale. Al contrario, Abu Bakr al-Baghdadi e i suoi seguaci, rifiutano la dottrina classica, ovvero ritengono che uno Stato islamico possa essere più rapidamente imposto attraverso l’indottrinamento della popolazione e la conquista armata del territorio, in una visione inversa al paradigma vigente fino ad oggi, probabilmente facendo richiami ad altri testi.

Tale divisione non è nuova, ma affonda le proprie radici decennali in Iraq, quando nel 2004 in una serie di lettere che Osama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri scrissero ad Abu Musab al-Zarqawi– il sanguinario fondatore di al Qaeda in Iraq nonché possibile mentore di Bahgdadi- lo rimproveravano della crudeltà degli attacchi contro la maggioranza sciita e la stessa comunità sunnita. Disputa che vide come protagonista anche il “maestro” di Zarkawi, il teorico jihadista giordano Abu Muhammed Al-Maqdisi, che lo ripudiò pubblicamente dopo gli eccidi compiuti in Iraq. Ferocia che tuttavia continuò anche dopo l’uccisione di Zarkawi, avvenuta nel 2006 durante un raid statunitense, e che alla fine del 2008 provocò la ribellione delle tribù sunnite, che appoggiarono l’esercito di Washington nella offensiva contro al-Qeda. Nel 2010, lo stesso anno in cui prese le redini del gruppo l’attuale Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, al-Qeda in Iraq (AQI) era ormai decimata, ma non la disputa fra le due anime del jihadismo mondiale.

La sfida siriana

La possibilità di una ripresa delle ostilità la offre il conflitto siriano, che all’inizio del 2013 vede coinvolto un nuovo gruppo nella guerra contro il dittatore Bashar al-Asad: si tratta dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, costruito sulla vecchia AQI, e che guidato da Baghadi contribuisce ad ampliare il fronte jihadista in appoggio a quello già presente di Jahbat al-Nusra. La rottura tra la vecchia guardia e le nuove leve avviene tuttavia nel febbraio 2014, quando Baghdadi rifiuta la richiesta di Zawahiri a dichiarare formalmente la sua obbedienza in Siria, criticando le decisioni del vecchio leader antitetiche, a detta del Califfo, ai comandi di Allah. Un affronto audace nei confronti dei circoli puritani di al Qaeda, un lento “colpo di stato” contro l’attuale gerarchia, che da allora sembra aver prodotto una fitna (divisione) che attraversa i ranghi salafiti-jihadisti nella regione mediorientale ed in altre parti del globo dove sono presenti tali gruppi.

La Siria, in particolare, se da una parte è diventata il principale campo di battaglia del islamismo militante perché rappresenta il terreno di scontro sia metafisico che reale della lotta tra Bene e Male, segno distintivo della dottrina messianica jihadista, dall’altra si ritrova ad essere anche il fronte in cui si sovrappongono i differenti livelli di scontro tra le due anime del movimento. Ad un primo livello vi è un conflitto di natura strategica, che si inserisce nel più ampio scontro regionale, e che si differenzia sulla priorità data al nemico e alla sua vicinanza nella regione. Ad un secondo livello si trova invece una diatriba di tipo dottrinale, dettato dall’antagonismo dei sunniti jihadisti nei confronti degli sciiti, e diversificato tra le due compagini nell’intensità dello scontro con quest’ultimi. Proprio in Siria, i gruppi islamici più estremisti, ed in particolare lo Stato Islamico e Jabhat al-Nusra, hanno cambiato la natura stessa del conflitto, contribuendone a modificarne la direzione in chiave confessionale.

L’offensiva yemenita

La divisione che intercorre all’interno del network mondiale jihadista non si limita solo alla Siria, ma ha un altrettanto importante campo di battaglia nella Penisola Arabica, ed in particolare in Yemen, dove si profila una nuova lotta intra-jihadista tra lo Stato Islamico ed al-Qeda. Il paese ospita difatti quello che probabilmente è il più prestigioso e potente tra gli affiliati di Zawahiri, al-Qeda nella Penisola Arabica (AQAP), che negli ultimi tempi si è ritrovata a dover affrontare una seria e pericolosa disputa riguardo la fedeltà ad uno delle due anime del movimento.

Gli affiliati yemeniti di al-Qeda, come Saud al-Sarhan, rimangono profondamente divisi su quale parte sostenere nella guerra civile jihadista. In precedenza, a differenza di al-Qaeda nel Maghreb, AQAP non aveva emesso una dichiarazione anticipata di rifiuto del Califfato dello Stato islamico. Né aveva pienamente appoggiato l’epurazione della leadership dello Stato islamico da parte del comitato centrale di al-qeda. Nonostante AQAP abbia infatti cercato di percorrere una linea neutra, la dichiarazione di fedeltà chiesta da Baghdadi il 10 novembre scorso ha cambiato tutto, costringendo la sigla ad appoggiare al-qeda ed aggravare lo scontro tra i due fronti presenti nel paese.

Dopo la strage nel giornale satirico francese Charlie Hebdo, a Parigi, rivendicata dallo sheikh Harith al-Nadhari, leader spirituale del gruppo, sembra infatti essersi ampliata la spaccatura tra al-Qeda e lo Stato Islamico, con l’attacco al giornale parigino che potrebbe essere il primo di una lunga serie nella battaglia tra i due gruppi per conquistare i cuori e le menti dei sostenitori del network jihadista mondiale.

La particolarità libica

Anche in Libia, la progressiva influenza di Baghdadi all’interno del fronte jihadista degli Ansar al-Sharia Libia, comincia a creare un solco tra le due anime del movimento, soprattutto dopo la controffensiva delle forze del generale Haftar e dell’esercito libico. Con le forze filo-governative che si concentrano nella lotta ai jihadisti, soprattutto a Tripoli e nella città orientale di Bengasi, gran parte del resto del paese è caduto sotto il controllo di un mosaico di altre milizie di varie dimensioni ed ideologie. Tra queste, il gruppo Majilis Shura Shabab al-Islam, che ha annunciato ad ottobre del 2014 come il suo territorio nella città di Derna fosse formalmente “annesso” allo Stato Islamico.

Con sede nella città orientale di Derna, il gruppo è emerso parallelamente allo sfilacciamento delle istituzioni libiche, successivo al conflitto tra governo e le milizie islamiche nel Paese, e sembra aver creato una polarizzazione all’interno del fronte jihadista nella zona. All’inizio di questo mese, secondo fonti dell’intelligence statunitense, lo Stato Islamico avrebbe anche istituito diversi campi di addestramento in Cirenaica sotto la protezione degli Shabab al-Islam, aumentando i malumori della principale milizia avversaria, la Abu Salim Martyrs Brigade.

L’importanza di questo gruppo, nonostante la limitazione geografica, è data dal fatto che si potrebbe trattare di un nuovo modello per l’acquisizione di territori da parte dello Stato Islamico. A differenza di al-qeda, che basa il proprio network soprattutto sull’affiliazione di gruppi locali autonomi, il “modello Iraq” dello Stato Islamico impone una gestione statale assoluta che non lascia spazio alle autonomie, e che quindi potrebbe rivelarsi fatale per il gruppo di Zawairi nella guerra civile tra i due rappresentanti del jihadismo mondiale.

(di Nino Orto) Dalle montagne dell’Afghanistan alle pianure desertiche della regione di al-anbar, l’asse portante del jihadismo internazionale sembra essersi ormai spostato definitivamente in Iraq, dove una nuova generazione di jihadisti intende restare e combattere, determinati a cambiare le regole del gioco.