E’ passato poco più di un anno dall’auto-proclamazione del califfo iracheno Abu Bakr al-Baghdadi e dall’istituzione del Califfato islamico in Siraq. Ma cosa succede oggi tra Siria e Iraq? Perché, nonostante la controffensiva regionale e internazionale, il gruppo jihadista potrebbe raggiungere il proprio obiettivo?

La repentina ascesa dell’IS

(di Nino Orto) A Ramadi, nella regione di al-Anbar, nell’ovest dell’Iraq, era una mattina fredda e ventosa quella del 30 dicembre 2013, quando in un raid delle forze speciali dell’esercito iracheno (a prevalenza sciita) veniva rapito uno dei più influenti leader tribali della comunità sunnita, Ahmed al-Alwani, causando durante lo scontro a fuoco la morte del fratello dello sheikh e di cinque delle sue guardie personali. Come conseguenza diretta di questo “affronto” pochi giorni dopo, il 4 gennaio 2014, esplodeva in maniera violentissima e imprevedibile la rivolta della comunità a Falluja, che cadeva sotto il controllo dei jihadisti dell’ISIS.

Sempre in Iraq, qualche tempo prima, il 23 luglio 2013, i guerriglieri iracheni sembravano essere risorti dalle loro ceneri con l’organizzazione di un raid che aveva preso di mira le prigioni di Taji e Abu Ghraib causando la fuga di almeno 500 prigionieri, perlopiù esperti combattenti jihadisti.

Grazie alla struttura militare acquisita e all’appoggio logistico della popolazione sunnita, ormai totalmente disillusa riguardo un inclusione all’interno del governo di Baghdad, dalla conquista di Falluja in poi lo Stato Islamico riusciva in maniera ordinata e pianificata a tracciare i confini del proprio stato sunnita nella regione a cavallo tra Siria e Iraq, particolarmente favorito dalla situazione geopolitica all’interno del paese degli Asad.

Sulla base di queste premesse, il 10 giugno 2014, lo Stato Islamico occupava la città di Mosul e dichiarava l’istituzione del Califfato. Era la prima capitale provinciale a cadere sotto il controllo dei miliziani jihadisti iracheni. La sua conquista, fruttava al gruppo qualcosa come 2 miliardi di dollari in lingotti d’oro custoditi nella banca centrale della città, nonché l’acquisizione di avanzati sistemi d’arma, carri armati, e intere forniture di armi automatiche sottratte all’esercito iracheno.

Pochi giorni dopo, il 21 giugno 2014, l’Isis conquistava il valico di frontiera di al-Qaim, che si aggiungeva alla città di al-Raqqa e buona parte del confine nord-orientale tra Siria e Iraq. Il territorio del Califfato copriva ora un area che si estendeva dall’Iraq occidentale alla Siria orientale.

Nonostante le numerose controffensive dell’esercito iracheno e della coalizione internazionale a guida statunitense, nei successivi undici mesi la milizia manteneva e rafforzava le posizioni in tutte le regioni irachene di al-Anbar, Ninive, Salaheddin e nelle città siriane di Raqqa e Deir Ez Zour.

Lo Stato si ampliava ulteriormente tra il 17 e il 18 maggio 2015, quando l’ISIS conquistava con un’azione coordinata la città di Ramadi in Iraq e Palmyra in Siria, avanzando in profondità anche all’interno del territorio siriano.

Nel giro di un anno, la cavalcata militare dello Stato Islamico, coadiuvando azioni prettamente di matrice jihadista, come gli attacchi kamikaze, a tattiche di guerriglia più vicine all’ortodossia militare, permetteva la creazione di qualcosa mai visto in questa regione.

Il Siraq tra jihadismo e post-baathismo

Quello di particolare che emergeva dalle sabbie dell’Iraq e della Siria era infatti molto più profondo e pericoloso della “relativa” minaccia militare e strategica posta da una semplice milizia jihadista. A partire da giugno 2014 quello che gli attori internazionali stanno cercando di contrastare non è solo la classica ideologia salafo-jihadista transnazionale, ma anche la crescita della carica messianica di una parte della comunità musulmana mondiale, che vede nella creazione e mantenimento del Califfato l’avvicinarsi della fine dei Tempi e la resa dei conti tra Bene e Male.

Per la prima volta nella storia moderna, un gruppo paramilitare ha creato dal nulla il proprio Stato, ridisegnando la mappa geografica della regione e ridefinendo gli equilibri geostrategici dell’area. La dottrina tradizionale della leaderships di al-Qaeda “prima il consenso poi l’apparato statale” e stata totalmente capovolta da Abu Bakr al-Baghdadi, che ha preferito che la conquista territoriale andasse di pari passo con la “Dawa”, ossia il proselitismo delle “masse musulmane” all’applicazione estrema della Sharia, una delle basi della scienza giurisprudenziale islamica.

La creazione di uno Stato per tutti i “credenti”, dove poter essere protetti, seguendo la “legge divina”, in un clima di ritorno all’epoca della purezza dei primi tempi dell’Islam, sono tutti fattori di attrazione potentissima che favoriscono l’istituzione del Califfato e la legittimazione di Abu Bakr al-Baghdadi come leader della comunità mondiale.

Ad aggiungersi a questo, la convergenza con tutti gli ex-membri dell’apparato statale di Saddam Hussein e delle tribù sunnite siro-irachene, che hanno permesso la creazione della struttura para-statale e militare su cui si è innestato l’apparato jihadista, e che di fatto ha supportato fattivamente la creazione del Califfato.

Uno Stato “multistrato”, che vede nelle diramazioni più esterne combattenti e funzionari provenienti da tutto il globo, per poi “irachizzarsi” man mano che ci si avvicina al fulcro centrale

Perché lo Stato Islamico potrebbe raggiungere il proprio obiettivo?

Ma, cosa più importante, è l’assenza di una reale voglia di combattere tra i nemici dello Stato Islamico quello che molto probabilmente permetterà l’istituzionalizzazione del Califfato.Gli sciiti iracheni, quelli più direttamente colpiti dall’ascesa di Daeesh (IS),  hanno infatti scarso interesse a riprendere il controllo delle aree a maggioranza sunnita.

Il governo sciita dal 2008 gestisce totalmente Baghdad, sfrutta i maggiori giacimenti nel sud del Paese, controlla i luoghi più sacri per gli sciiti, ed ha un potentissimo alleato nell’Iran: tutti elementi che potenzialmente potrebbero gettare le basi per uno stato confessionale che ruoti attorno all’orbita di Teheran.

Stesso scenario per quanto riguarda i curdi iracheni, che hanno poco da guadagnare da un confronto diretto e prolungato con i jihadisti di Baghadi se non per espandere le proprie enclavi, come avvenuto per la città di Kirkuk in Iraq e per la regione del Sinjar in Siria, in attesa di un contesto internazionale favorevole al riconoscimento di un piccolo Kurdistan che, in Iraq, di fatto esiste già dagli anni novanta.

Anche a livello macro esistono numerosi punti di frizione tra interessi regionali e internazionali che favoriscono l’ascesa del Califfato. Tra tutti, il fatto che gli Stati Uniti potrebbero essere interessati alla creazione di uno stato sunnita “combattente” da contrapporre al crescente peso geopolitico dell’Iran nella regione, e a maggior ragione dopo l’accordo sul nucleare, in continuità con quanto fecero sostenendo Saddam Hussein contro la rivoluzionaria neo-repubblica islamica dell’Iran durante tutti gli anni ottanta.

D’altronde,colpendo il governo di Bashar al-Assad, lo scopo principale dei finanziatori della milizia jihadista era fin dall’inizio quello di frenare l’espansione della “cintura sciita” di Teheran nella regione e per creare una “zona cuscinetto” che proteggesse i paesi del Golfo e l’Arabia Saudita da spinte secessioniste delle proprie minoranze. La storia ci ha mostrato come questo esperimento sia fallito, e come lo Stato Islamico sia stato capace di sganciarsi dai suoi mentori e finanziatori.

Lo “spauracchio” jihadista aiuterebbe inoltre Washington a mantenere nella propria orbita e protezione paesi strategicamente fondamentali come l’Arabia Saudita e le petrol-monarchie del Golfo, negli ultimi tempi particolarmente infastiditi del riavvicinamento tra la Casa Bianca e gli Ayatollah.

In conclusione, gli strani “pesi e contrappesi” locali, regionali, internazionali che si sono creati negli ultimi due anni tra Siria e Iraq sembrerebbero senza dubbio favorire l’istituzione del Califfato.

(di Nino Orto) A Ramadi, nella regione di al-Anbar, nell’ovest dell’Iraq, era una mattina fredda e ventosa quella del 30 dicembre 2013, quando in un raid delle forze speciali dell’esercito iracheno (a prevalenza sciita) veniva rapito uno dei più influenti leader tribali della comunità sunnita, Ahmed al-Alwani