“Con il loro intervento militare senza una chiara politica di ricostruzione, gli Stati Uniti avevano liberato delle forze sociali e politiche fino ad allora estranee a qualsiasi tipo di gestione non autoritaria, determinando in breve la distruzione del tessuto politico che si voleva ricreare dopo l’abbattimento del regime”

(di Nino Orto) Ad undici anni dall’invasione statunitense dell’Iraq e dalla caduta di Saddam Hossein il vaso di Pandora iracheno esplode nuovamente, riportando alle cronache questa nazione e riesumando per Washington vecchi problemi mai risolti. Dopo la spettacolare offensiva dei jihadisti dell’Islamic State of Iraq and Sham nel Paese, il Presidente Obama tentenna, promettendo aiuti ma “non troppi” al Governo iracheno in previsione di una controffensiva governativa contro i militanti islamici. Tuttavia, nonostante il fenomeno ISIS possa sembrare un elemento nuovo nella geografia politica mediorientale, in realtà esso è la diretta conseguenza degli errori commessi dagli Stati Uniti nel 2003, all’alba della riedificazione del nuovo Stato iracheno. In questo approfondimento di due puntate cercheremo di spiegarvi il perché, attraverso la ricostruzione storica della gestione statunitense dell’Iraq da Enduring Freedom fino al ritiro del 2011, passando per il Surge di Petraus, ed evidenziando i problemi irrisolti che ancora oggi affliggono il Paese mediorientale.

I “misunderstanding” di Washington del 2003

Quando, il primo maggio del 2003, il Presidente americano George W. Bush pronunciava la fatidica formula Mission Accomplished a bordo della portaerei americana USS Lincoln, pochi immaginavano che la consegna del dittatore Saddam Hussein alla Storia si sarebbe trasformato ben presto in un disastro umanitario per il Paese, nonché una trappola mortale per i marines americani impegnati nella campagna irachena. Eppure, da quando l’enorme statua del satrapo iracheno, in diretta mondiale, veniva abbattuta a Baghdad il 9 aprile di quello stesso anno, divenendo l’immagine simbolo della liberazione dell’Iraq, l’iniziale ottimismo statunitense era già scemato ed i problemi sul campo cominciavano ad essere impellenti. La repentina caduta del precedente apparato statale portava con sé numerose criticità, tra le quali spiccava per importanza quella legata alla sicurezza e al controllo dell’ordine pubblico nelle maggiori città irachene.

L’entrata delle truppe statunitensi nella capitale, e lo sfaldamento dell’Esercito di Saddam Hussein, aveva coinciso con l’inizio dei saccheggi degli edifici governativi e con lo scoppio della faida trasversale tra le vittime ed i rappresentanti del deposto regime. La totale disintegrazione della macchina di repressione che per quasi trent’anni aveva gestito qualsiasi aspetto della vita di ogni iracheno lasciava esplodere tutte le frustrazioni e i soprusi subiti dalla popolazione, in un clima di assoluta anarchia. Eppure, nonostante il livello di violenza nelle strade cominciasse a divenire ingestibile per le sole truppe americane, e sebbene la situazione stesse degenerando velocemente, Jay Garner, il primo Governatore dell’Iraq postbellico, rimase in Kuwait in attesa del via libera dalla Casa Bianca fino al ventuno di aprile, ovvero dodici giorni dopo la presa di Baghdad da parte dei marines.

In questi giorni vitali per il futuro della Nazione irachena, la mancata pianificazione della gestione strutturale e politica dell’occupazione riduceva in maniera sensibile l’efficacia delle politiche da attuare in ragione del vuoto di potere e, l’assenza di una reale visione strategica su come amministrare l’Iraq una volta caduto il dittatore iracheno, si palesava chiaramente con l’indecisione del Presidente Bush su come procedere al riguardo. A Washington era in corso una feroce battaglia tra le due anime dell’amministrazione repubblicana che, con visioni opposte riguardo il futuro dell’Iraq, cercavano di imporre la propria agenda politica. Da una parte, i pragmatici come Powell, erano fautori di un rapido passaggio del testimone ad un Governo iracheno ad interim, e premevano affinché si delegasse subito il potere politico ai partiti di opposizione. Di tutt’altro avviso i falchi neoconservatori, che combattevano affinché si stabilisse una efficace e duratura occupazione militare dell’Iraq.

Da quando il Presidente americano aveva dichiarato unilateralmente che la Nazione araba era parte integrante della guerra al terrorismo dopo l’attacco dell’11 Settembre, e faceva parte del gruppo degli Stati canaglia che fornivano appoggio al network mondiale di al-Qaeda, nell’establishment repubblicano prevaleva la ferma convinzione che l’Iraq, una volta deposto Saddam Hussein, divenisse una tabula rasa su cui gli Stati Uniti potevano riscrivere la propria visione del Grande Medio Oriente. Il processo decisionale in materia di sicurezza nazionale era ora modellato non solo in riferimento ad determinato problema, ma anche e soprattutto in base al più ampio contesto politico e strategico.

La nuova dottrina della guerra preventiva prevedeva infatti una vera e propria caccia globale al nemico e, a differenza della classica dottrina militare della deterrenza e del contenimento caratteristici della guerra fredda, l’annuncio della guerra unilaterale e l’invasione dell’Iraq aveva reso particolarmente controversa la questione, soprattutto per l’enfasi quasi ossessiva che l’amministrazione Bush poneva sul cambio di regime, nonchè per l’implicita affermazione che l’eccezionalismo americano dava a Washington non solo il diritto, ma il dovere di risolvere questo problema. Secondo gli strateghi statunitensi, abbattendo il regime baathista ed instaurando una democrazia filoamericana, il paese sarebbe ben presto diventato il contrappeso fondamentale al sistema saudita nel mercato petrolifero mondiale determinando, nello stesso tempo, il pieno coinvolgimento della maggioranza sciita all’interno del nuovo esecutivo iracheno.

L’onda emotiva che sarebbe seguita alla destituzione del dittatore avrebbe poi agevolato in breve tempo una democratizzazione della società e delle sue Istituzioni. In questa prospettiva si fondono infatti due dimensioni che riguardano il fondamento stesso della politica di potenza degli Stati Uniti nella regione; da una parte riuscire a conciliare l’approvvigionamento garantito di petrolio con la sicurezza di Israele instaurando a Baghdad un regime alleato di Washington. La seconda, con l’eliminazione del tiranno iracheno, vorrebbe favorire la democrazia in un universo refrattario a quel tipo di cultura permettendo un cambiamento analogo nei paesi dell’area mediorientale. Queste due dimensioni, intersecabili, secondo la visione di Washington, avrebbero consentito di eliminare le cause profonde del terrorismo, ed annullare la minaccia proveniente dagli estremismi islamici.

Tuttavia, nonostante l’obiettivo principale fosse proprio il consenso della popolazione, la scarsa importanza attribuita prima e dopo il conflitto dall’amministrazione americana alla natura della società civile irachena, ed ai problemi che gli Stati Uniti avrebbero dovuto affrontare dopo la destituzione di Saddam Hussein, finirono per essere il più forte elemento di incomprensione con la controparte locale nel processo di ricostruzione, ed un ostacolo pressoché insormontabile nel risolvere gli impellenti problemi del Paese. Sotto questo punto di vista, sono molte le persone che vedono in Ahmed Chalabi la causa di tutti gli errori americani nei confronti del Paese mediorientale e del conflitto del 2003. Fu Chalabi che persuase Cheney e i teorici del Pentagono sul fatto che le truppe americane sarebbero state accolte con entusiasmo dalla popolazione, omettendo sulle profonde divisioni etniche e confessionali dell’Iraq, e su altri numerosi problemi che sarebbero potuti insorgere con l’invasione. E fu ancora lui a far credere all’amministrazione Bush che le riserve petrolifere sarebbero bastate da sole a rifinanziare la ricostruzione del paese, che sarebbe diventato in breve un nuovo modello di democrazia per la regione.

Analizzando meglio i fatti tuttavia, emerge come Chalabi, in realtà, non appoggiò mai l’occupazione americana dell’Iraq che, secondo la sua corretta opinione, avrebbe generato una resistenza crescente. Nella sua richiesta a Washington anzi, non menzionava affatto l’occupazione del paese, ma premeva affinché si costituisse un Governo di unità nazionale subito dopo la caduta del rais. Non tutta l’amministrazione repubblicana era però dello stesso parere. Il funzionario statunitense Jay Garner, che aveva molta dimestichezza con il paese avendo lavorato a stretto contatto con l’autorità curda del nord Iraq fin dalla prima guerra del Golfo, faceva parte della schiera di quelli che volevano fin da subito formare un Governo di transizione iracheno che nel giro di qualche settimana si assumesse la responsabilità del paese. Il nucleo per un Esecutivo simile esisteva già e non era difficile inizialmente implementarlo con le nascenti forze politiche post-occupazione.

Nel Dicembre 2002, l’opposizione irachena si era incontrata a Londra, ed i partiti presenti avevano eletto un Consiglio direttivo che agisse in loro vece. Il Direttorio era costituito da due leader curdi, Talabani e Barzani, dagli esponenti dei maggiori partiti sciiti in esilio, Abdul Aziz Al Hakim dello SCIRI e Brahim Jaafari del partito Dawa, dai leader arabi laici Ahmed Chalabi del Congresso nazionale iracheno e Iyad Allawi dell’Accordo nazionale iracheno. Il Consiglio direttivo rappresentava bene gli sciiti e i curdi iracheni ma non considerava i sunniti, che erano in gran parte contrari al cambiamento di regime e che non volevano schierarsi contro il rais. Eppure, nonostante la base deficitaria, in quell’incontro di Londra l’intenzione era di formare un governo iracheno alternativo che potesse assumere il potere subito dopo la caduta del regime, avviando le trattative tra le parti locali, specialmente sunnite, ed evitando una prolungata occupazione militare del paese. Ma, la formazione di un governo alternativo che poteva rapidamente svincolarsi da Washington e minacciare la stessa presenza americana nel paese non rientrava nei piani dell’amministrazione statunitense, che di fatto impedì qualsiasi tentativo di Chalabi di costruire alleanze allo scopo di gestire il potere una volta destituito Saddam.

Nonostante le opzioni sul campo fossero poco decifrabili, e le politiche da attuare in ragione della storia del paese e della situazione socio-politica presente all’interno consigliavano di astenersi da qualsiasi azione unilaterale, Rumsfeld nominò in fretta e furia Paul Bremer come nuovo governatore dell’Iraq, rovesciando nel giro di poche settimane tutti i paradigmi strategici del Pentagono rispetto al predecessore Garner. A questo punto tutto subisce una brusca accelerazione. Bremer atterrava a Baghdad il 12 Maggio 2003 ed eseguiva la sua prima ordinanza come Governatore dell’Iraq dopo appena quattro giorni, il 16 Maggio, dichiarando fuori legge il partito di Stato e vietando a chi aveva lavorato nei primi quattro livelli del partito baathista di essere impiegato nel governo. Il 23 Maggio firmava un secondo decreto che scioglieva l’Esercito iracheno, l’Aereonautica e la Marina militari, la polizia segreta, i servizi di intelligence, le guardie repubblicane, le milizie baathiste e il ministero della Difesa.

In poche righe scritte, con cui si distruggevano le fondamenta dello Stato iracheno, si avviava la prima fase della disgregazione politica e sociale dell’intera nazione, cominciando la lunga serie di macroscopici fraintendimenti dei funzionari statunitensi nella gestione del periodo successivo alla caduta di Saddam e al crollo delle istituzioni irachene. Uno di questi, fu la scelta di smembrare il partito di Stato e l’apparato di sicurezza iracheno, atto con cui gli amministratori statunitensi considerarono i fattori endogeni della società civile come ininfluenti ai fini della ricostruzione politica. L’aver posto sullo stesso piano semplici funzionari iscritti al partito per necessità lavorativa agli esperti e brutali guerriglieri di al-Qaeda, fu infatti un azzardo che diventerà poi il collante su cui si innesterà l’insurrezione sunnita e jihadista nel paese. Lo scioglimento del Partito Baath comportò non solo una ghettizzazione e demonizzazione della minoranza sunnita che fino ad allora aveva gestito un paese a maggioranza sciita, ma rappresentò soprattutto la rapida scomparsa delle elitè urbane e cosmopolite del paese che, dopo l’ordinanza, cominciarono ad emigrare verso i paesi arabi confinanti.

Un intera classe dirigente formata dall’alta borghesia di Baghdad, da professionisti, da professori universitari, da intellettuali, improvvisamente divenne un obiettivo legalizzato dagli Stati Uniti per tutti gli oppositori del precedente regime, sunniti compresi. Quella che doveva essere la spina dorsale di un nuovo Iraq democratico e pluralista diventava così la prima vittima della gestione post-bellica del governatore americano. Inoltre, se nessuno poteva contestare il fatto che il vecchio regime del partito Baath dovesse rispondere per gli ultimi tre decenni di terrore in Iraq, le politiche che mossero l’amministrazione Bush furono certamente ispirate dall’ideologia piuttosto che dal pragmatismo e dal buon senso. Esse non consideravano la catena di comando all’interno del partito di Stato e dei diversi livelli di colpevolezza tra i milioni di membri.

Non fu presa in considerazione alcuna possibilità di una riconciliazione nazionale tra gli ex-baathisti ed il resto della popolazione. In un solo giorno, quasi mezzo milione di dipendenti pubblici, soldati, ufficiali, furono licenziati senza alcun compenso, alimentando l’odio di una intera comunità. La Casa Bianca, persuasa che la transizione sarebbe avvenuta armoniosamente fra il trionfo militare e la costruzione democratica, aveva semplicemente omesso di tener conto dell’evoluzione dei reali rapporti di forza alla base della comunità che essa privava, con la destituzione di Saddam, della propria centralità nello scacchiere politico. Lo scarto fra gli obiettivi del presidente Bush e gli scarsi mezzi impiegati per raggiungerli, insieme alla insufficiente conoscenza della realtà sociale irachena, sarà poi all’origine del caos nel quale l’occupazione è precipitata dopo la vittoria militare contro le forze di Saddam.

La difficile partita confessionale: le elezioni del 2005 e l’inizio del biennio di sangue

Sorgeva, tra l’altro, un ulteriore problema, poiché i partiti d’opposizione, nonostante fossero stati uniti contro la dittatura di Saddam, erano ora in disaccordo sul futuro della Nazione. Gli sciiti volevano uno Stato islamico, i curdi chiedevano di preservare la semi-indipendenza del Kurdistan, gli arabi laici aspiravano ad essere a capo di un forte Governo centrale. Di certo, fin dall’inizio l’amministrazione Bush favorì tali divisioni poiché, cercando di mantenere e gestire il controllo della transizione politica in Iraq, ed introducendo il cleavage etnico-settario nella ripartizione delle cariche e nomine all’interno delle istituzioni statali e dei partiti politici, esacerbò ulteriormente le tensioni fra le comunità. La scelta statunitense di gestire in prima linea la ricostruzione e la pacificazione del Paese, insieme alla distruzione dell’apparato statale di Saddam e alla scelta confessionale per la gestione politica, significò un vero e proprio collasso di tutta la società civile.

Con il loro intervento militare senza una chiara politica di ricostruzione, gli Stati Uniti avevano liberato delle forze sociali e politiche fino ad allora estranee a qualsiasi tipo di gestione non autoritaria, determinando in breve la distruzione del tessuto politico che si voleva ricreare dopo l’abbattimento del regime. Questo si trasformò rapidamente in un campo di battaglia in cui le diverse comunità presenti in Iraq semplicemente cercavano maggiore potere e denaro per la propria fazione. A sua volta, la furiosa lotta per l’accaparramento del potere, mostrava chiaramente che i partiti politici rappresentati dalla Autorità provvisoria creata dagli americani non erano propensi alla condivisione del potere, aggravando così la tendenza confessionale e il risentimento della popolazione verso l’occupante e il governo considerato fantoccio.

Riassumendo, quello che è successo dal 2003 in poi è stato un graduale ma inesorabile scivolamento verso la guerra civile tra le maggiori fazioni presenti nel paese ed è stato il risultato di tre fattori concomitanti:

l’aumento generalizzato della violenza nel paese.

– la distruzione dell’apparato statale precedente e di tutti gli apparati di ordine pubblico.

lo slittamento dello scontro politico verso contrapposizioni sempre più confessionali.

Nel 2003 i presupposti per una guerra tra le comunità esistevano già; l’amarezza dei sunniti per essere stati espulsi dalle posizioni di potere e privilegio, l’insistenza degli sciiti affinché il paese fosse governato alle proprie condizioni, l’ambiguità dei curdi sempre in bilico dalla secessione del potere centrale. Tuttavia, se l’occupazione ha dato subito vita alla ribellione irachena contro gli americani, si assisterà ad un vero cambiamento nella natura della violenza ed un salto di qualità negli obiettivi della guerriglia solo a partire dal 2005, con l’approvazione della Costituzione irachena. Inquadrare il processo costituente iracheno come un progetto comune di uno Stato futuro sembra ancora oggi un ipotesi azzardata alla luce delle dinamiche interne all’Iraq. La Costituzione suggerita dagli americani, nonostante sia stata un importante passo verso la strada della condivisione del potere non corrisponde ad un vero e proprio accordo nazionale tra le parti, essendo stata redatta da rappresentanti sciiti e curdi senza nessun apporto iniziale da parte dei sunniti, timorosi di una marginalizzazione della loro comunità all’interno del nuovo sistema federale importato da Washington.

La peculiare problematica del federalismo e della stabilità dell’Iraq infatti, non riguarda il federalismo in sé, ma soprattutto il contesto nella quale è applicato. Nel momento stesso in cui la ricostruzione dello Stato iracheno muoveva i primi passi, la questione della ripartizione delle risorse petrolifere tra lo Stato federale e le regioni confederate, senza un preciso supporto giuridico all’interno della Costituzione, alimentava il timore di una disparità sostanziale nello sviluppo dei governatorati. Durante le negoziazioni costituzionali, i curdi presentarono una breve lista di richieste non negoziabili: la supremazia della legislazione curda all’interno del proprio governatorato, il mantenimento della milizia dei peshmerga, il controllo curdo delle proprie risorse naturali, un referendum popolare per risolvere la questione di Kirkuk e il diritto futuro all’autodeterminazione della regione curda. I partiti sciiti al governo avevano un programma comune sulle questioni religiose e di stato, e chiedevano che l’Iraq fosse definito una Nazione islamica, che la sharia si sostituisse al codice civile laico iracheno, che ci fosse il riconoscimento costituzionale del marjah, che si istituisse di una Corte costituzionale che riesaminasse la legislazione alla luce della legge islamica. Le forze politiche arabe progressiste, soprattutto sunnite, reclamavano un paese unificato con solo alcuni poteri delegati alle provincie, che a loro volta dovevano essere definite da criteri geografici e non confessionali.

Nelle negoziazioni politiche infine i curdi e i leader sciiti raggiunsero un accordo, ma non i sunniti che rifiutarono qualsiasi tipo di partecipazione alla costituente. I curdi ottennero quello che volevano riguardo al federalismo, gli sciiti furono soddisfatti circa le loro richieste in tema di islamismo, donne e ruolo del clero, stabilendo che queste disposizioni non fossero applicate nel Kurdistan. Entrambe le parti si accordarono poi nel limitare i poteri esclusivi del governo federale a poche questioni: affari esteri, politica di difesa, politica monetaria, politica fiscale, assegnazione delle frequenze di trasmissione, servizi postali, gestione del flusso idrico del Tigri e dell’Eufrate. Altri poteri, compreso quello di imposizione delle tasse, avrebbero potuto essere esercitati solo con il consenso della regione interessata.

La rivolta sunnita e l’alleanza con al-Qeda

Con queste premesse, le elezioni di Gennaio del 2005 furono prevedibilmente boicottate dalla comunità sunnita che si sentiva esclusa dalle negoziazioni costituzionali, e fecero sì che il Governo eletto con tutte le istituzioni governative correlate ad esso, finissero sotto il pieno controllo degli sciiti e dei curdi. In pratica, dopo le elezioni della costituente si venne a creare una netta divisione tra le comunità sciita e curda favorevoli all’assetto costituzionale creato dall’occupazione americana, e la comunità sunnita che combatteva contro di essa. Alla fine del 2005 l’Iraq entrava così in una guerra civile combattuta su tre fronti:

-un conflitto a tutto campo tra la guerriglia sunnita, le forze di occupazione statunitensi, e lo Stato iracheno considerato come una istituzione collaboratrice.

-le iniziali schermaglie tra i guerriglieri sunniti e le milizie sciite che cominciavano ad assumere sempre più i tratti di una guerra confessionale tra arabi, soprattutto dopo la spettacolare entrata di al-Qeda in Iraq;

-la crescente tensione tra arabi e i curdi nelle città di Mosul e Kirkuk, e lo scontro politico che ne consegue a livello governativo.

La guerra civile si stava sviluppando in particolar modo dove convivevano le tre comunità irachene. Nel governatorato di Babil, a sud di Baghdad, dove i sunniti cominciano a tendere imboscate ai fedeli sciiti lungo la strada che dalla capitale porta alle città sante. A Diyala, ad est della capitale, dimora di sciiti, sunniti e curdi e teatro di sanguinosissimi scontri. Nella provincia di Ninive , in particolar modo a Mosul e Kirkuk, dove convivono in percentuale variabile sunniti, sciiti, turkmeni, curdi e cristiani. A Baghdad, dove si sviluppa il fronte principale del conflitto e dove la violenza confessionale esplode in tutta la sua evidenza. Tra questi differenti fronti è proprio il disordine che caratterizza le regioni irachene sunnite a fornire ai terroristi e agli esponenti della jihad internazionale un’occasione d’oro per combattere gli Stati Uniti.

Un criminale giordano, Abu Musab al-Zarqawi, fondatore della cellula irachena di al-Qaeda distintasi per la spettacolarità degli attentati dinamitardi e per l’incredibile brutalità nell’eliminazione dei nemici, stabilì il suo punto di comando proprio nella provincia di al-Anbar, roccaforte sunnita. La comunanza di interessi tra la comunità sunnita sempre più schiacciata dalla presenza americana e dalla predominanza sciita all’interno delle nuove istituzioni, con la guerriglia jihadista alimentata dai combattenti stranieri che affluivano in Iraq per combattere le truppe statunitensi, incrementavano poi la tensione in ognuno di questi fronti, facendo scivolare rapidamente l’Iraq nel caos. L’insurrezione dei sunniti in Iraq si è sviluppata dapprima come azione di rappresaglia nei confronti delle truppe americane, ha successivamente coinvolto terroristi stranieri per combattere gli invasori infedeli, ed è alla fine sfociata in una guerra ideologico-religiosa contro gli sciiti.

Il brand di al-qeda in Iraq era costituito prevalentemente da estremisti religiosi iracheni ma comprendeva anche parecchi combattenti stranieri provenienti da Siria, Giordania, Libano, Egitto. All’interno di Baghdad, attivi in piccole cellule combattenti, hanno operato in modo estremamente rapido e brutale contro obiettivi statunitensi e membri della comunità sciita, alimentando in maniera sostanziale la spirale di violenza. Anche se è difficile individuare l’esatto inizio della guerra interconfessionale, è possibile affermare che gli scontri tra le due comunità erano cominciati in sordina già dalla seconda metà del 2004, con l’avvicinarsi delle elezioni per la ratifica della Costituzione.

L’incidente più sanguinoso della guerra civile avvenne il 31 Agosto 2005, anniversario della morte del settimo imam, Musa al Khadim, quando ribelli sunniti lanciarono un attacco a colpi di mortaio contro la moschea di Khadim a Baghdad provocando la morte di 965 persone. La distruzione della cupola d’oro della moschea di Al Askiriya a Samarra, nel Febbraio del 2006, divenne poi l’evento che ha incontrovertibilmente avviato il biennio di sangue del conflitto iracheno. Se, da una parte, le modalità del terrorismo sunnita si concentravano in attacchi dinamitardi contro luoghi di riunione sciita con l’obiettivo di uccidere quante più persone possibile, dall’altra, la maggioranza sciita controllava la polizia, i commando del ministero dell’Interno e parte dell’esercito iracheno. Ciò condusse,a partire dall’inizio del 2006, ad una vera e propria pulizia confessionale di Baghdad ad opera delle milizie sciite, come l’Esercito del Mahdi di Moqtada al-Sadr, e di servizi deviati del ministero dell’Interno iracheno come la Scorpion Brigade.

La modalità più ricorrente di omicidio nel terrorismo sciita avveniva nei checkpoint di polizia e delle milizie. Qui, gli elementi sunniti venivano prelevati per poi essere giustiziati in un secondo momento con un colpo di pistola alla nuca. Le conseguenze furono disastrose per la minoranza sunnita che in breve dovette subire trasferimenti forzati, minacce, massacri, solo per la propria appartenenza religiosa. Ma fu anche il carburante per una ulteriore escalation di violenza da parte dei guerriglieri ex-baathisti e militanti di al-Qaeda. Durante l’inverno del 2005-2006, c’erano stati circa 800 attacchi dinamitardi alla settimana che, alla fine dell’estate del 2006, erano diventati quasi 1500, con 800 IED esplosi solo in agosto.

Come diretta conseguenza dell’aver trascurato la preparazione di un piano in caso di insurrezione e dell’aver dichiarato vittoria prematuramente dopo che questa era iniziata, l’amministrazione Bush non si era curata di proteggere i depositi di armi iracheni, permettendo per diversi mesi agli elementi baathisti del precedente regime di procurarsi enormi quantità di esplosivi, mortai e munizioni per l’artiglieria pesante, utilizzati successivamente contro i civili ed i marines statunitensi. I bombardamenti americani, d’altronde, andavano avanti ininterrottamente dall’inizio della guerra senza nessun risultato e, le numerosissime perdite tra i soldati alla fine del 2006, cominciavano a preoccupare seriamente Washington. Anche l’approccio miope e fuorviante dell’Esercito americano nella gestione e occupazione militare dell’Iraq tra il 2003 ed il 2006 aveva avuto notevole influenza nei fatti successivi.

La dottrina militare prevalente tra i generali statunitensi restava ancora legata al vecchio modo di concepire la guerra tradizionale tra forze convenzionali opposte, e il ben radicato approccio militare di un attacco su tutti i fronti nei confronti degli elementi ostili, la protezione assoluta delle proprie truppe, e la totale indifferenza nei confronti della popolazione civile contribuivano ulteriormente a far degenerare la situazione. Le pressioni erano chiaramente verso una nuova strategia militare da adottare ma un grosso ostacolo proveniva dagli stessi piani alti del Pentagono. Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, fino a poco tempo prima di essere licenziato, dichiarava alla stampa che la politica fino ad allora seguita nel paese arabo stava funzionando e che, a breve, si sarebbe trasferita la responsabilità della sicurezza all’esercito iracheno.

Tesi sostenuta fino ad allora anche dal presidente americano che però, doveva ora fare i conti con il cambiamento della maggioranza di entrambe le Camere del Congresso a favore dei Democratici. Alla fine del 2006, il presidente americano George W Bush affrontava infatti seri problemi nella gestione del conflitto iracheno sia a livello interno che internazionale, e si trovava tra il fuoco incrociato di un elettorato americano stanco e meno partecipe emotivamente alla guerra e le sempre più pressanti richieste delle forze politiche americane affinché si cambiasse rapidamente la rotta nel paese mediorientale. Durante tutto l’anno precedente il dibattito pubblico si era infatti focalizzato sulla questione irachena e su posizioni nettamente opposte a quelle finora portate avanti dall’amministrazione neoconservatrice e, un ritiro non appena fosse stato realisticamente possibile, era implacabilmente sostenuto dai Democratici e da fette sempre più consistenti di Repubblicani critici verso l’establishment governativo. I sondaggi indicavano chiaramente quanto l’elettorato americano fosse ormai stanco di un conflitto di cui non si vedeva la fine e, le possibilità della Casa Bianca di presentare ancora la guerra come vincente, si stavano drasticamente riducendo. Situazione che di certo obbligò l’inquilino della Casa Bianca a parlare seriamente di Iraq e dei cambiamenti radicali che occorreva fare per non perdere la guerra.

Il Surge statunitense contro al-Qeda.

In un discorso televisivo nazionale, il 10 gennaio 2007, il Presidente americano George W Bush annunciava la nuova dottrina ai cittadini americani e all’intera comunità internazionale: “l’America cambierà la propria strategia per aiutare gli iracheni a porre fine alle violenze confessionali e per dare maggiore sicurezza al popolo di Baghdad e dell’intero Paese[…] Questo richiederà un aumento di 20.000 soldati americani in Iraq[…]” con la stragrande maggioranza di essi che verrà distribuito a Baghdad. Era con queste semplici dichiarazioni, che comportavano una cesura netta rispetto alla strategia seguita fino ad allora, che l’amministrazione repubblicana stava infine effettuando un drastico ripensamento delle priorità degli Stati Uniti all’interno del paese arabo.

In realtà, quello che si stava verificando, non era tanto una modifica a livello tattico nella gestione della guerra, in cui le tecniche standard di anti-insurrezione, lotta al terrorismo e peacekeeping erano già applicate efficacemente dai comandanti locali, ma era soprattutto un cambiamento a livello strategico: determinare le priorità delle azioni da compiere per affrontare ciascuno dei problemi che compongono la campagna militare, decidere dove spendere le risorse e, soprattutto, sviluppare guidelines per le truppe affinché si potesse “leggere l’ambiente” e capire come cambiava nel tempo. L’Iraq dei primi mesi del surge era infatti il luogo più pericoloso del mondo, un ambiente spietato che puniva il più piccolo errore tattico e dove trovare il nemico era molto più difficile che ucciderlo o catturarlo. L’Esercito statunitense si stava scontrando con un avversario contro il quale le forze di terra non erano state addestrate a combattere e, la guerra prolungata contro una guerriglia urbana dimostratasi micidiale unita al ripetuto utilizzo delle stesse unità di riserva nel servizio attivo, avevano causato un overstretching dell’Esercito americano che stava provocando un notevole deficit nel numero di soldati e armamenti.

Dal 2004 al 2006, la guerriglia in Iraq era scivolata da una politica prettamente anti-americana verso una dominata da elementi confessionali ed alimentata da estremismi religiosi, determinando una esponenziale impennata nelle violenze. Fino a quando il conflitto era essenzialmente una rivolta anti-americana, la strategia di Washington si era focalizzata sul rafforzamento delle forze di sicurezza irachene che riducesse al minimo il ruolo americano nelle operazioni militari di prima linea, ed era tendenzialmente corretta poiché inserita nell’ottica di una guerriglia nazionalistica contro l’occupante straniero. Ma, all’inizio del 2006, i ribelli avevano preso l’iniziativa strategica cambiando ed estendendo la natura del conflitto e rendendo la strategia del periodo iniziale non più adeguata.

Il supporto nella contro-insurrezione è infatti più efficace quando vi è una presenza minima delle forze straniere, cosa che gli Stati Uniti avevano tentato fino ad allora. Tuttavia, il mantenimento della pace, che è la risposta appropriata a una guerra civile confessionale o etnica, richiede una significativa presenza militare per riuscire a svolgere il ruolo di mediatore. Vari studiosi hanno proposto il Vietnam come modello di paragone con l’Iraq anche se, per molti esperti militari, lo era solo in minima parte. Questo perché, a differenza dell’esperienza vietnamita, se dovessimo tracciare analogie storiche per cercare di descrivere la problematica gestione della capitale irachena nella seconda metà del 2006, per gli Stati Uniti pacificare Baghdad sarebbe stato come cercare contemporaneamente di sconfiggere i Vietcong (insurrezione), ricostruire la Germania ( processo di nation-building successivo a guerre e dittature), mantenere la pace nei Balcani (conflitto etnico e confessionale), e sconfiggere l’IRA (terrorismo interno).

Queste cose sarebbero dovute essere fatte tutte allo stesso tempo, nello stesso luogo, e con piccoli cambiamenti di rotta nella gestione delle politiche che influenzavano significativamente gli altri. Era sulla base di queste differenti prospettive, anche contrastanti tra di loro, che il generale statunitense David Petraus stava organizzando la propria strategia. Da una parte la presenza di molteplici problemi la cui risoluzione era vitale per la riuscita dell’impresa, dall’altra l’impossibilità di procedere contemporaneamente alla risoluzione degli stessi. La protezione della popolazione divenne l’obiettivo principale di Washington perché era l’unica strategia che aveva qualche possibilità di successo alla luce di un contesto in cui era già in corso una profonda frattura tra la società civile e la guerriglia, e tra quest’ultima e le comunità irachene.

L’aumento della presenza militare era inoltre la logica conseguenza della volontà di Washington di creare uno spazio sicuro per i gruppi politici e sociali che volevano impegnarsi in una riconciliazione nazionale con principi e politiche comuni. I ventimila soldati inviati da Bush e posizionati all’interno dei quartieri di Baghdad affinché riprendessero il controllo della città rispondevano proprio a questo: poter dimostrare l’esistenza di queste forze contrastanti. L’importanza della capitale irachena d’altronde era anch’essa fondamentale.

Nel corso del 2006 più del 50% degli attacchi in tutto il paese si era concentrato entro i confini della capitale e migliorare la sicurezza sarebbe stato, fisicamente e psicologicamente, la manifestazione della rinnovata presenza governativa e americana nel Paese. Per raggiungere lo scopo di pacificazione si sarebbero dovute poi integrare due ulteriori fondamentali priorità: sostenere il movimento popolare contro al-Qaeda ed inserire i guerriglieri sunniti nel processo politico. Carri armati vennero posizionati a protezione delle case dei leader della comunità sunnita, si utilizzarono droni americani per proteggere i vecchi nemici dagli attacchi dinamitardi dei terroristi, si offrì sostegno militare ed economico alla comunità, ed una parvenza di normalità per tutta la popolazione. Gli Stati Uniti d’altronde avevano il proprio incentivo a cooperare con gli insorti. Durante tutto il 2006 il numero totale di morti americani in Iraq stava diventando rapidamente insostenibile e, il generale David Petraus, cercava a tutti i costi di ridurre rapidamente le perdite e il modo più efficace per farlo diventava quello di stringere accordi con i ribelli, divenuti improvvisamente più flessibili nel negoziare.

Sul terreno, le forze americane cominciarono a costruire dei “muri” dentro e fuori Baghdad per separare gli agglomerati sunniti da quelli sciiti, ed impedire così un ulteriore aggravamento degli scontri interconfessionali. Istituirono inoltre una presenza permanente nei quartieri misti più pericolosi mentre nello stesso tempo si cercavano nuovi modi per difendere mercati, quartieri, e strade principali. Costruiti avamposti ben difendibili all’interno dei quartieri della capitale, si sganciarono successivamente le truppe di terra dai grandi mezzi corazzati che fino ad allora avevano protetto ogni loro movimento all’interno dei centri abitati, e si implementò il contatto con la popolazione come previsto dal generale statunitense. In realtà, la scelta dei tempi per uno shift strategico, è cruciale tanto quanto il suo contenuto e, alla fine del 2006, le condizioni in cui si trovava il paese avevano modificato inesorabilmente la traiettoria del conflitto così come era stato fino ad allora, permettendo al generale americano di poter sfruttare le dinamiche sul campo a proprio favore.

Al Qaeda e Moqtada al-Sadr: le jihad sante

Precedentemente al Surge deciso da Washington in Iraq, dal 2003, si erano innestate temporalmente due successive jihad che avevano fatto scivolare repentinamente il Paese nel caos. La jihad sunnita era stata la prima in ordine cronologico ad esplodere, ed era stata il volano principale della violenza nel Paese grazie soprattutto al matrimonio di interessi stipulato con i jihadisti stranieri e locali che formavano il gruppo di al-Qeda in Iraq. I due soggetti condividevano molti obiettivi comuni: colpire gli americani, impedire il trionfo degli sciiti, riportare i sunniti alla loro posizione di potere. Per i ribelli sunniti, la presenza di jihadisti stranieri serviva inoltre anche a deviare l’attenzione delle forze statunitensi dalla comunità e, fino ad un certo punto, gli eccessi di al Qaeda, come il tentativo di imporre il rigoroso stile di vita wahhabita vietando apparecchi musicali e satellitari e obbligando le donne a coprirsi interamente, dovevano essere tollerati.

Ma per al-Qeda, i legami con i ribelli dipendevano anche da due ulteriori scopi che andavano ben oltre l’obiettivo comune di intaccare la predominanza sciita e che, infine, si sono scontrati con gli stessi interessi dei sunniti iracheni. Il primo era quello di stabilire un emirato islamico dominato dalle forze di al-qeda e che fungesse come base per attuare il jihad contro i nemici al di fuori dell’Iraq. Il secondo era quello di ottenere una posizione preminente in seno alla rivolta e quindi, di bloccare un accordo di condivisione del potere tra Baghdad e nazionalisti sunniti, che avrebbe comportato la sconfitta del network di Osama Bin Laden. L’entusiasmo dei sunniti iracheni per l’alleanza è inoltre scemato parallelamente ai tentativi di al Qaeda di affermare la sua leadership.

Nel mese di ottobre 2006, il network jihadista aveva proclamato la costituzione di uno Stato islamico in Iraq chiedendo ai leader degli insorti sunniti di giurare fedeltà al nuovo comandante jihadista Abu Omar al-Baghdadi, il cui nome avrebbe dovuto significare una origine autenticamente irachena. Per gli insorti nazionalisti, accettare la dichiarazione di uno stato separato e cedere la leadership ad al-qeda aveva poco senso. In questo modo si sarebbe alimentato il processo di decentramento incoraggiato proprio dai curdi e dagli sciiti per consolidare i loro feudi determinando, soprattutto per i sunniti, un ulteriore riduzione nell’accesso ai potenzialmente enormi ricavi petroliferi. Ma anche la violenza jihadista nei confronti della comunità sunnita determinava un ulteriore distanziamento degli insorti. Le uccisioni dei leader e delle loro famiglie innescarono una ritorsione che in base al codice clanico vigente tra i vari gruppi sunniti, incrinò di fatto l’alleanza aprendo la porta a una maggiore cooperazione sistematica tra le tribù e le forze degli Stati Uniti.

Con il monopolio della violenza nelle mani di al-qeda, ai gruppi armati sunniti rimanevano solo due opzioni: o scontrarsi con il network di Osama Bin Laden e negoziare con gli Stati Uniti, o continuare a combattere gli statunitensi ed aderire allo Stato islamico dell’Iraq, che avrebbe diviso definitivamente il paese. Dopo la sconfitta contro gli sciiti nella battaglia di Baghdad, conquistata dal famigerato Esercito del Mahdi, e con l’arrivo di ulteriori truppe statunitensi nel paese, molti sunniti iracheni erano decisamente favorevoli alla prima opzione, che segnava l’inizio del “risveglio” sunnita. In breve, lo scollamento avvenuto tra la guerriglia di natura jihadista e la maggioranza sunnita dei baathisti ormai stanchi della terribile violenza creata da al-Qaeda nel Paese, produsse un efficace riduzione della guerriglia antiamericana insieme ad un notevole calo delle violenze. L’istituzione del Consiglio del risveglio iracheno infatti comportò un vero e proprio capovolgimento di fronte; le maggiori tribù sunnite iniziarono a dare la caccia ai combattenti di al-qeda con l’aiuto degli statunitensi e cominciarono, nello stesso tempo, a dialogare con questi ultimi.

Nel fronte sciita, a partire dal 2006, in risposta ai violentissimi attacchi portati avanti in chiave confessionale dai gruppi jihadisti e sunniti, la comunità aveva abbracciato una vera e propria jihad religiosa, in aggiunta a quella anti-americana, che aveva comportato una radicalizzazione di tutte le componenti e che aveva fatto emergere in maniera esponenziale il consenso popolare per una generazione profondamente nazionalista e xenofoba, di cui Moqtada al-Sadr e il suo Esercito del Mahdi erano la massima espressione. Il premier iracheno sciita Nouri al-Maliki all’inizio del 2007 era stretto tra due fuochi: da una parte gli interessi degli Stati Uniti che continuavano a criticare il primo ministro per la sua scarsa fermezza contro le forze sadriste, dall’altra la maggioranza in parlamento scaturita dalle elezioni costituenti del 2005 e che dipendeva in larga parte dai politici affiliati alla milizia sciita.

L’autonomia del governo di Baghdad infatti, all’alba del Surge, era pesantemente influenzata dai partiti religiosi che avevano contribuito alla vittoria di Maliki, ed era fortemente infiltrata da miliziani sadristi a tutti i livelli di governo. Inoltre, quando nel gennaio 2007 Bush sorprese il mondo annunciando il surge in Iraq e ordinando che la massima priorità fosse il riconquistare il controllo di Baghdad, fu una mossa strategica destinata ad incidere profondamente nella legittimazione dell’Esercito del Mahdi, che emergeva ora come il vero vincitore nella battaglia per il sud dell’Iraq. A quel punto, per Maliki, la promozione di politiche governative miranti a ridurre l’influenza delle milizie sciite e spianare la strada per un loro eventuale disarmo era diventato ormai un suicidio politico. L’incremento delle truppe americane, se da una parte aveva sicuramente comportato una riduzione della violenza da parte delle milizie sciite contro i sunniti, dall’altra aveva anche permesso che le milizie di Moqtada al-Sadr potessero ulteriormente amalgamarsi nelle forze di sicurezza irachene ed espandere e consolidare il loro dominio in altre parti del paese sostituendosi, di fatto, all’esercito americano ed iracheno nella gestione della sicurezza di intere aree.

Il Surge in Iraq aveva un obiettivo principale: abbassare il livello di violenza tra le strade irachene e limitare al massimo i caduti statunitensi per permettere alla Casa Bianca di dimostrare all’opinione pubblica statunitense l’avvenuta pacificazione del paese, e la possibilità di un dignitoso ritiro. Per farlo, il generale, aveva aumentato l’influenza degli Stati Uniti nei settori chiave, aveva stretto alleanze tattiche con i gruppi sunniti maggiormente cooperativi, ed aveva incentivato il passaggio ad una strategia di contro-insurrezione che mettesse in risalto la protezione della popolazione, aiutato anche dalla componente sciita. Alla fine dell’estate dello stesso anno, le violenze erano in calo e gli scontri tra i due gruppi confessionali cominciavano a diminuire drasticamente. La sicurezza a Baghdad e in altre zone del paese era notevolmente migliorata e il Premier iracheno si dimostrava all’altezza della situazione nel saper controllare la violenza interconfessionale all’interno del suo governo e nelle forze di sicurezza.

A differenza delle operazioni di gestione della sicurezza nella Baghdad degli anni precedenti, questa volta l’Esercito iracheno si dimostrava molto più efficace e stabile, supportato anche dall’evoluzione di un sistema politico che faceva sperare per una rapida stabilizzazione dell’esecutivo di Maliki. Anche il netto miglioramento dell’apparato militare americano e dell’intelligence dopo i primi quattro anni di conflitto era stato fondamentale per la buona riuscita della strategia; dai soldati e marines, passando per gli ufficiali fino ai generali, la maggiore esperienza, la conoscenza del campo di battaglia, un migliore equipaggiamento e formazione culturale, unite a tattiche sperimentate di migliore qualità, avevano notevolmente aumentato l’efficacia delle politiche di stabilizzazione. Questo aveva significato che le nuove forze previste dal Surge erano state in grado di gestire la sicurezza della popolazione attraverso la presenza permanente sulle strade, massimizzando al massimo l’effetto mediatico che ne era scaturito.

Sul piano politico, invece, era chiaro che il dialogo nazionale e il raggiungimento di obiettivi comuni tra le varie componenti dello stato iracheno non tenevano il passo con i risultati ottenuti sotto il punto di vista militare. I gruppi politici iracheni continuavano a rappresentare gli interessi dei loro partiti politici, o, nel migliore dei casi della loro confessione, e tutto il sistema statale su cui reggeva lo Stato iracheno continuava ad essere lottizzato tra le varie comunità a discapito di una reale concezione nazionale dell’Iraq. Anche se il surge aveva infatti indiscutibilmente portato vantaggi nella gestione della sicurezza, per farlo aveva dovuto “riaccendere” inevitabilmente tutte le forze che hanno tradizionalmente minacciato la stabilità del Medio Oriente: ossia il tribalismo, il confessionalismo, ed i signoraggi di guerra. La strategia di Petreaus era basata principalmente nel ridurre le vittime nel minor tempo possibile ma, tale impostazione di breve periodo, aveva inevitabilmente indebolito la prospettiva di una reale coesione dell’Iraq nel futuro, rivitalizzando nuovamente i legami tribali all’interno del paese e favorendo la crescita dei signori della guerra.

Dando alle tribù, specialmente sunnite, armi e denaro senza disciplinare i loro rapporti con lo stato, le autorità statunitensi hanno permesso a questi gruppi di competere con lo stesso governo centrale per il controllo del territorio locale, e per gestire tutto quello che riguarda gli introiti illeciti. Vale la pena notare, inoltre, come i signori della guerra non siano solo un fenomeno esclusivamente sunnita, ma siano presenti anche tra le comunità curda e sciita, i cui criminali sono stati altrettanto abili a sfruttare la precaria situazione di sicurezza nel paese a loro vantaggio. Ma la strategia degli Stati Uniti ha anche comportato un peggioramento del confessionalismo. Per molti sunniti la riconciliazione promossa dal Surge significava una restaurazione, e non una inclusione nella condivisione di competenze nella gestione dello stato. Invece di scoraggiare questa visione, l’evoluzione del Surge dal basso verso l’alto ha favorito l’impressione che Washington avessero finalmente riconosciuto un ruolo strategico ai sunniti, cosa in realtà non giustificata.

Gli sciiti ed i curdi avevano nozioni nettamente differenti su che cosa significasse riconciliazione. Per i curdi, la riconciliazione significava il rispetto delle loro richieste di autonomia politica così come per i loro potenziali guadagni petroliferi. Gli sciiti tendevano a sottolineare la necessità della giustizia prima della riconciliazione. La comunità sciita chiedeva infatti che essi fossero compensati per le sofferenze patite per mano del precedente regime e questo richiedeva la subordinazione della popolazione sunnita dell’Iraq. Alcuni leader sciiti sfidavano questo pensiero, come l’eminente ayatollah iracheno Al-Sistani; Moqtada al-Sadr aveva invece chiarito fin da subito che la violenza era un arma legittima per ottenere l’egemonia sciita, con il governo di Maliki che non mostrava alcuna volontà di allontanarsi dal pensiero sadrista e dalla maggioranza degli sciiti. D’altronde, il Surge si era innestato parallelamente ad un accelerazione della pulizia confessionale da parte degli sciiti nei confronti dei sunniti in tutta Baghdad e nel resto del paese, e l’Esercito americano non aveva potuto fare altro che constatare tale realtà di fatto. Ma, aldilà di questi notevoli problemi interni e le numerosissime incognite per il futuro del paese, l’obiettivo fu raggiunto: la percezione generale della comunità internazionale e del popolo americano di fronte a tali risultati, fu quella di una brillante vittoria del generale Petraeus, capace in una sola mossa di vincere i ribelli e pacificare il paese. Una volta stabilizzata la situazione sul terreno la Casa Bianca, che nel frattempo aveva cambiato inquilino con l’elezione del Democratico Barack Obama, stava già preparando una dignitosa exit strategy che conducesse le truppe statunitensi al di fuori del pantano iracheno come poi effettivamente avvenne durate il dicembre del 2011.

La seconda rivolta sunnita?

Come precedentemente evidenziato, la “temporanea” pacificazione tra le varie componenti della società irachena non aveva risolto i problemi di fondo e nel 2011 la ghettizzazione dei sunniti era ormai una realtà di fatto, con il Governo sciita di Nouri al-Maliki che continuava a perseguire politiche esplicitamente confessionali a scapito della minoranza sunnita. Il ritiro degli Stati Uniti infatti non faceva altro che suggellare la situazione. Alla fine del 2013, come nel 2006, gli elementi che potenzialmente potevano far precipitare nuovamente la situazione ci sono tutti: l’esclusione della comunità sunnita ed il risentimento verso l’autorità centrale di Baghdad, il perenne stato di anarchia delle provincie di al-Anbar e Salaheddin, l’esasperazione dell’odio interconfessionale che trova nella guerra civile siriana un perfetto incubatore, la rinnovata presenza di gruppi jihadisti nell’equazione politica irachena.

L’attuale situazione in Iraq è infatti parallela all’aggravarsi della combinazione di tutti questi elementi. L’ISIS, la milizia che in poche settimane ha messo a ferro e fuoco metà del territorio iracheno, è l’acronimo inglese di Islamic State of Iraq and Sham, un gruppo nato nell’aprile del 2013 dalla costola irachena di al-qeda che ha come obiettivo principale la creazione di un califfato transnazionale tra Iraq e Siria. Il gruppo è guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, ex luogotenente di Zarkawi e vecchia conoscenza della CIA, che è riuscito a sopravvivere e riorganizzarsi (si stima siano migliaia gli operativi del gruppo tra cui moltissimi combattenti stranieri provenienti da ogni parte del globo ed organizzati in brigate suddivise in base alla nazionalità) grazie alla guerra contro Damasco, dove ha ottenuto numerosi successi in campo militare.

A marzo 2013 l’ISIS ha infatti preso il controllo della città siriana di Raqqa, il primo capoluogo di Provincia a cadere in mano ai ribelli, e continua a tenere sotto la propria amministrazione almeno la metà della vicina città di Deir Ezzour, utilizzando questa zona come testa di ponte per le incursioni in Iraq. Nel gennaio del 2014, capitalizzando la crescente tensione tra tribù sunnite e il Governo a guida sciita è riuscita a conquistare la città di Falluja, nella provincia occidentale di Anbar, ponendo sotto il proprio controllo anche Ramadi e ampie zone intorno alla città e lungo tutto il confine siriano e turco. La strategia utilizzata dal gruppo jihadista viaggia principalmente su due binari: da una parte acquisire l’autonomia finanziaria grazie ad attività illecite come il contrabbando e l’assalto agli istituti di credito (durante l’assalto a Mosul sono stati prelevati dall’ISIS circa 470 milioni di dollari dalla Banca Centrale della città) nonché con attività di gestione delle “tasse” nei territori sotto il loro controllo. Dall’altra raggiungere un certo grado di indipendenza militare grazie alle requisizioni di sistemi d’arma, munizioni, e veicoli dagli eserciti nemici e gruppi rivali.

Una ulteriore tecnica adottata dal gruppo di Baghdadi è quella di assaltare le prigioni al fine di liberare quanti più miliziani appartenenti alle fila dei jihadisti. A questo proposito è utile ricordare lo spettacolare attacco condotto nel luglio 2013 contro le prigioni di Abu Graib e Taji, dove sono stati liberati tra i cinquecento e mille combattenti. Ma è soprattutto nel giugno 2014, con la conquista di Mosul, che le onde d’urto di questa nuova formazione arrivano nella scena internazionale sconvolgendo le ambasciate di mezzo mondo e chiamando nuovamente in causa gli Stati Uniti in una questione che a Washington credevano definitivamente chiusa. Il Presidente statunitense Barack Obama nei giorni successivi si è subito affrettato a dichiarare di “non voler inviare nuovamente delle truppe in Iraq”, ma è ben conscio delle conseguenze geopolitiche che la presenza dell’ISIS nel paese e la possibile conquista di Baghdad da parte degli estremisti comporterebbero per gli interessi degli Stati Uniti nella regione.

Se da una parte ha quindi chiarito come qualsiasi coinvolgimento nel paese sarà limitato, dall’altra ha aumentato la pressione sul Governo iracheno al fine di sviluppare una linea politica che abbia l’obiettivo di risolvere e superare le divisioni confessionali. Nello stesso tempo, si prepara al peggio inviando trecento consiglieri militari che forniranno supporto alle truppe di Baghdad nell’offensiva contro l’ISIS e per eventuali raid con i droni contro le infrastrutture jihadiste. Washington ha quindi scelto una via di mezzo, puntando per adesso sulla carta politica, e cercando di isolare l’ISIS dalla comunità sunnita al fine di costruire un tavolo di dialogo con il Governo di Baghdad. Nel 2008 la strategia funzionò, non è però sicuro possa accadere di nuovo.

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(di Nino Orto) Con il loro intervento militare senza una chiara politica di ricostruzione, gli Stati Uniti avevano liberato delle forze sociali e politiche fino ad allora estranee a qualsiasi tipo di gestione non autoritaria, determinando in breve la distruzione del tessuto politico che si voleva ricreare dopo l’abbattimento del regime.